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Il picchiare alla porta in Macbeth

Nella pagina che segue, Thomas De Quincey (1785-1859), uno scrittore inglese che avrà molta influenza su Baudelaire (e che è celebre soprattutto per un suo curioso libretto intitolato Confessioni di un mangiatore di oppio), analizza con grande penetrazione psicologica un passo del Macbeth. I colpi che si sentono battere alla porta di Macbeth nel primo atto, dopo che questi ha ucciso il re Duncan, sono qualcosa di diverso da una didascalia: essi rappresentano, secondo De Quincey, l’improvviso affiorare della realtà nella coscienza del protagonista, ormai condannato al proprio tragico destino. Il saggio apparve per la prima volta sul «London Magazine» del 1823.

Fin dalla mia più tenera fanciullezza, fui sempre in grande perplessità attorno a un punto del Macbeth, e cioè attorno al picchiare che s’ode alla porta di Macbeth dopo che egli ha compiuto l’assassinio di Duncan. Questo particolare produceva sul mio animo un’impressione della quale non riuscivo a rendermi esatta ragione, poiché mi pareva ch’esso riflettesse su quell’assassinio una maestà profonda e una strana luce d’orrore. Ma, per quanto mi sforzassi d’approfondirlo col mio intendimento, per molti anni non mi riuscì di comprendere perché questo fatto dovesse produrre su me un effetto così singolare [...].
Se il lettore ebbe mai ad assistere la moglie o la figlia o la sorella in qualche loro momento di deliquio1, avrà osservato che il punto culminante di tale momento è quello in cui un sospiro o un trasalimento2 della persona prendono a rivelargli che la vita, sino allora sospesa in esse, è sul punto di riprendere il suo corso. Oppure, se gli accade di trovarsi in qualche gran metropoli il giorno in cui una persona ivi grandemente amata e venerata vien condotta, con tutta la pompa del funerale, alla sua tomba, e di trovarsi a passare sul percorso del mortorio3, avrà potentemente sentito nel silenzio e nell’alto squallore delle vie, e nel ristagnare attorno d’ogni traffico, la vasta commozione che in quell’istante teneva tutti i cuori: ora se, d’un tratto, gli accadesse udire quella mortale quiete rotta dallo strèpito delle ruote che si allontanano dalla scena e che lo avvertono come la passeggera visione sia dileguata, comprenderebbe come quella pausa di vita, quella sospensione totale d’ogni cosa egli non l’ha sentita più piena e più profonda come in sul punto in cui essa prende a cessare, e la vita ricomincia il suo corso consueto. Poiché ogni azione, in qualunque senso diretta, è meglio chiarita e rilevata e resa comprensibile dalla reazione.
Torniamo al caso di Macbeth [...]. Gli assassini e il loro delitto debbono apparire isolati, tagliati fuori come in un sconfinato golfo, dall’ordinaria mareggiante vicenda delle cose umane: serrati e imprigionati in qualche fondo abisso; e debbono aver sentore che il corso della vita s’è arrestato, e che giace addormentato come in una profonda catalessi4, inchiodato in qualche terribile armistizio; che il tempo è annullato, che i rapporti con il mondo esterno sono aboliti: che tutto deve svolgersi in una profonda sincope5 e pausa di terrestri passioni. Ed è allora, quando il fatto è compiuto, quando l’opera di tenebra è perfezionata e conclusa, anzi quando il mondo della tenebra è già scomparso come un gran corteo fra le nubi, è allora che s’ode quel battito alla porta di Macbeth. Ed ecco che esso ci fa udibilmente conoscere che la reazione è cominciata, che l’umano sta per riprendere il suo dominio sul demoniaco, che i polsi della vita ricominciano a battere. Ed è appunto da tale ristabilirsi dell’ordine naturale delle cose nel quale viviamo che, per la prima volta, riceviamo la sensazione esatta della spaventosa parentesi entro la quale esso giaceva sospeso.

(T. De Quincey, Il picchiare alla porta in Macbeth, in La fortuna di Shakespeare, a cura di G. Baldini, Il Saggiatore, Milano 1964)

Perché, si domanda De Quincey, Shakespeare chiude la scena dell’assassinio di Duncan da parte di Macbeth con il suono dei colpi battuti al portone? La risposta non è una risposta da filologo ma una risposta da artista. De Quincey non legge e rilegge il testo, come farebbe un critico letterario, ma parla d’altro, cioè paragona la scena shakespeariana alla vita reale: alla malattia di una persona cara, all’attimo di sospensione che si crea durante un funerale. Ciò che ci colpisce, in queste occasioni, non è la malattia, non è il silenzio di coloro che celebrano il lutto; al contrario, è il momento in cui la malattia cessa, in cui l’atmosfera sospesa e solenne del funerale viene rotta da un gesto, da un rumore improvviso che ci avvisa di come la vita sia «sul punto di riprendere il suo corso»: perché – osserva acutamente lo scrittore – ogni azione, «è meglio chiarita e rilevata e resa comprensibile dalla reazione». La stessa cosa vale per Macbeth. La scena dell’omicidio è tragica, violenta; ma di questa tragicità ci accorgiamo soprattutto quando i colpi alla porta ci dicono che la scena è terminata, quando la realtà irrompe dall’esterno e i «polsi della vita ricominciano a battere».
  1. deliquio: stato di incoscienza, nel quale l’ammalato non ha il controllo delle sue azioni e dei suoi pensieri.
  2. trasalimento: soprassalto, improvviso recupero dei sensi.
  3. mortorio: corteo funebre.
  4. catalessi: stato di sonno profondissimo, simile al coma.
  5. sincope: interruzione, pausa.