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Il picaro reale e il picaro letterario

Il filologo Francisco Rico (1942) si è occupato a lungo del romanzo spagnolo tra Cinque e Seicento, e in particolare del Lazarillo de Tormes e del Don Chisciotte. Il saggio Il romanzo picaresco e il punto di vista è uscito per la prima volta nel 1969. Chi era, si domanda Rico, il picaro? E quale rapporto c’è tra il personaggio raffigurato nei romanzi e i poveri veri che popolavano il Regno spagnolo al tempo di Filippo II?

La voce pícaro (di misteriosa etimologia) sembra essersi divulgata nell’ultimo terzo del XVI secolo per designare un soggetto – generalmente bimbo o ragazzo – «vile e di umili condizioni, che va mal vestito e con apparenza di uomo di poco onore», come spiega fra Diego de Guadix. Il mal vestito, in effetti, gli stracci e lo sporco sono correlativi al poco onore. Il picaro non ha uno status definito attraverso diritti e doveri, fra i quali figuri l’esigenza di «mantener honra» [“mantenere il proprio onore”]. Al contrario, in una congiuntura in cui la mobilità sociale è minima, lo distingue la mancanza di legami: niente lo vincola stabilmente a un luogo, a un signore o a un ufficio.
Forse figlio di vagabondi o fuggito dalla severa tutela di un padre o di un signore, è cresciuto nella strada e ha imparato a tirare avanti con il sudore della fronte altrui, a forza di astuzie e canagliate. Per campare [...], a volte cerca un lavoro che non richieda eccessiva applicazione né imponga legami troppo stabili. Così, verso il 1550, più di una volta lo si incontra nelle cucine delle grandi case, in funzioni di sguattero o di garzone occasionale, senza altro stipendio, naturalmente, che il «comido por servido» (“vitto e alloggio”). Mezzo secolo dopo, intorno al 1600, l’occupazione favorita del picaro (fino al punto di monopolizzare il nome, in più di un caso) è quella di esportillero o ganapán: facchino (diremmo oggi), appostato con una sporta e una corda in mercati o vie commerciali, per trasportare pacchetti o per fare lavoretti occasionali in cambio di qualche moneta […]. Precisamente agli esportilleros pensa Sebastián de Covarrubias, il maggior lessicografo dell’epoca, quando osserva che, sebbene i picari non siano «schiavi o servi in particolare di nessuno, lo sono della comunità, per tutti quelli che vogliono affittarli, occupandoli in cose vili» [...].
D’altra parte, gli outsider – non importa che si chiamino goliardi, bohémien o hippy – hanno goduto sempre di un certo prestigio sentimentale. Nel nostro caso, non è pura casualità […] che la fortuna della picaresca coincida nel tempo con una corsa sfrenata agli onori e con l’apogeo dei convenzionalismi1 : la figura del picaro, libera di corsetti2 sociali, senza dubbio esprimeva aspirazioni che la Spagna degli Asburgo, tormentata dal fantasma delle genealogie e dall’imperativo delle apparenze e dell’onore, osava confessare solo a patto di mascherarle con ironie e burle, travestite da paradossi.

(F. Rico, Il romanzo picaresco e il punto di vista, a cura di A. Gargano, Mondadori, Milano 1969)

Goliardi, bohémien, hippy. Ogni società ha i suoi outsider, ogni società ammette l’esistenza di un piccolo gruppo di persone (di solito giovani) che vive contro la società stessa. Nel Medioevo, i goliardi erano gli studenti che giravano di città in città, di università in università, studiando, divertendosi, facendo festa. Nella Francia dell’Ottocento, i bohémiens erano i giovani artisti che campavano con pochi soldi vendendo i loro quadri o i loro libri ai borghesi parigini. Nell’Europa e negli Stati Uniti degli anni Sessanta, gli hippies erano i giovani che contestavano il capitalismo e la vita borghese. Il paragone con i pícari è corretto solo in parte, perché goliardi, bohémiens e hippies facevano una scelta di vita, mentre i pícari erano dei poveracci che non avevano altre risorse se non quella di guadagnarsi il pane facendo gli sguatteri, o i facchini, o rubacchiando. Ma, osserva Rico, il fascino che questa figura esercita sull’immaginario dei lettori è dovuto al fatto che chi sta al di fuori della società ha sempre, per chi ci è dentro (come noi), «un certo prestigio sentimentale»: il nostro desiderio di libertà dai vincoli sociali lo proiettiamo, romanticamente, su questi vagabondi (è una delle ragioni per cui ci piacciono i film western: chi non vorrebbe, almeno ogni tanto, godere dell’anarchica libertà dei cowboys?).
  1. l’apogeo dei convenzionalismi: il culmine delle convenzioni sociali, delle "buone maniere".
  2. corsetti: lacci, legami.