DeA_L&D_icona_strumenti

Cosa ha da dirci oggi la Colonna infame

Nel 1981 la casa editrice Sellerio, di cui Leonardo Sciascia era stato uno degli ispiratori, ripubblica la Storia della colonna infame. Il libro viene accompagnato da uno scritto dello stesso Sciascia, poi raccolto in Cruciverba (Einaudi, 1983). Per larga parte del suo saggio, Sciascia difende l’impostazione illuminista e razionalizzante di Verri e di Manzoni dalle critiche di Fausto Nicolini (uno studioso amico di Benedetto Croce), che nel suo Peste e untori (1937) aveva portato argomenti «in discarico ai giudici e a carico degli imputati», in certo modo assolvendo il tribunale che aveva condannato i presunti untori. Verso la conclusione, Sciascia assegna alla Colonna infame il ruolo centrale che le compete, non solo come opera a sé stante ma anche in relazione ai Promessi sposi

In uno scritto del 1927 sui Promessi sposi Hofmannsthal1 ad un certo punto dice: «Questa altissima vitalità, che è anche un culmine di discrezione, viene attuata da una rappresentazione estremamente modesta, penetrante e precisa, che nel tono somiglia a una relazione che un amministratore (sia egli amministratore di beni terreni o di anime) fornirebbe a uno più alto2, per informarlo in maniera veramente precisa perché egli ne possa cavare un giudizio».
Non sappiamo se Hofmannsthal lesse mai la Storia della Colonna Infame: si sarebbe accorto che non soltanto nel tono ma fondamentalmente, in essenza, è una relazione; e non a «uno più alto» ma a se stesso e ai suoi simili. I promessi sposi pur essendo, come dice ancora Hofmannsthal, «per sua costituzione un libro laico», è come un fiume che scorre alla foce, in tutto il suo corso segnato sulla mappa della fede: già segnato e ora percorso. Ma la Storia della Colonna Infame ne è la deviazione imprevista, l’ingorgo, il punto malsicuro del fondo e delle rive. La ragione per cui il Manzoni espunge dal romanzo la Storia non è soltanto tecnica – cioè quella ragione di cui lungamente, sull’edizione dei Promessi sposi del 1827, Goethe discorre con Eckermann1. La ragione è che sui documenti del processo, sull’analisi e le postille di Verri, Manzoni entrò, per dirla banalmente, in crisi. La forma, che non era soltanto forma, e cioè il romanzo storico, il componimento misto di storia e d’invenzione, gli sarà apparsa inadeguata e precaria; e la materia dissonante al corso del romanzo, non regolabile ad esso, sfuggente, incerta, disperata. E c’è da credere procedessero di pari passo, in margine alla sublime decantazione o decantata sublimazione (da nevrosi, si capisce) in cui andava rifacendo il romanzo, l’abbozzo della Colonna Infame e la stesura del discorso sul romanzo storico. Due grandi incongruenze, a considerare che venivano dallo stesso uomo che stava tenacemente attaccato a rifare e affilare un componimento misto mentre ne intravedeva e decretava la provvisorietà e ne preparava uno, per così dire, integrale, da cui l’invenzione veniva decisamente esclusa. Il dissenso del Giordani appare del tutto comprensibile, per allora: «Facilmente mi accorderei seco [cioè col Manzoni] circa i romanzi storici (come si chiaman ora), né piangerei se il mondo non ne vedesse di più. Ma non consento di porre in quel genere I promessi sposi… e ben vorrei che Manzoni (ch’egli solissimo può) ne facesse un secondo. Del resto la sua sentenza su tutte le finzioni4 è nobilissima; è degna dell’intelletto giunto al suo equatore; e la ricevo nell’anima; anzi già l’avevo, e mi giova di vederla confermata da lui». Aveva ragione il Giordani, che I promessi sposi non andava intruppato in quel genere; ma aveva le sue ragioni il Manzoni, che invece ce lo vedeva o temeva ci finisse (e da ciò il suo lavoro per farlo meno romanzo, per farne altra cosa che romanzo: qual è). E queste ragioni gli venivano, con tutta probabilità, dalla aver tra le mani la materia della Colonna Infame, di cui non poteva assolutamente fare quel secondo romanzo che il Giordani auspicava.

(Leonardo Sciascia, Storia della Colonna Infame [1981], in Cruciverba, Einaudi, 1983)

In apertura, Sciascia cita un’opinione di Hofmannsthal, uno scrittore appassionato dell’Italia e della sua letteratura: i Promessi sposi, pur degni di ammirazione, danno a tratti l’impressione di essere una relazione burocratica, oggettiva e accurata. Secondo Sciascia questo giudizio si adatta perfettamente non tanto ai Promessi sposi quanto alla Colonna infame. Manzoni afferma che essa venne estratta dal romanzo perché, data la sua ampiezza, ne avrebbe squilibrato la struttura. Ma, a parere di Sciascia, la ragione più profonda fu un’altra: la materia stessa del processo era «sfuggente, incerta, disperata», impossibile da adattare al «corso del romanzo». Questa consapevolezza maturava in Manzoni negli anni 1823-1827, gli anni in cui riscriveva il Fermo e Lucia, stendeva la prima versione della Colonna infame e si appuntava le idee per il saggio Del romanzo storico.
Pietro Giodani, che, pur essendo uomo molto distante da Manzoni, lo ammirava, era convinto che i Promessi sposi non rientrassero completamente all’interno del genere del romanzo storico. Manzoni ne diviene consapevole, sostiene Sciascia, quando si ritrova per le mani la materia della Colonna infame: visto che era impossibile farne un romanzo, allora anche I promessi sposi non erano del tutto classificabili come tali.
Sciascia afferma che la delusione di vedere che la Colonna infame non era un secondo romanzo manzoniano colpì anche Giordani, il quale nel 1840 probabilmente non la apprezzò. Del resto, l’apprezzamento per quest’opera è sempre stato scarso, anche nel Novecento.
Ma il rilievo delle osservazioni manzoniane è metastorico, cioè non è legato al periodo in cui sono state scritte (l’Ottocento) e a quello di cui si occupano (il Seicento). Sciascia lo dimostra nell’ultimo paragrafo del suo scritto, facendo esplicito riferimento alle vicende giudiziarie italiane della fine degli anni Settanta, in cui per debellare il terrorismo si premiavano le delazioni dei pentiti:

E per finire nella più bruciante attualità – di fronte alle leggi sul terrorismo e alla semi-impunità che promettono ai terroristi impropriamente detti pentiti – si rileggano, del terzo capitolo, le considerazioni che il Manzoni muove riguardo alla promessa di impunità al Piazza: «Ma la passione è pur troppo abile e coraggiosa a trovar nuove strade, per iscansar [evitare] quella del diritto, quand’è lunga e incerta. Avevan cominciato con la tortura dello spasimo [la tortura corporale], ricominciarono con una tortura d’un altro genere…»; ed era quella dell’impunità promessa, che più della tortura poté convincere il Piazza ad accusare falsamente, ad associare altri, come lui innocenti, al suo atroce destino.»

L’impunità promessa: i giudici dicono al Piazza che lo libereranno se “si pentirà” (di un crimine che non ha commesso!) e farà il nome dei suoi complici. E anche in questo risiede, per Sciascia (che pensa appunto ad analoghi meccanismi di “premio” per i terroristi pentiti), la tragica attualità della Colonna infame.
  1. Hofmannsthal: Hugo von Hofmannsthal (1874-1929), poeta e drammaturgo austriaco: con Goethe e Poe, fu uno dei celebri lettori stranieri del romanzo di Manzoni.
  2. uno più alto: una persona di condizione sociale più elevata.
  3. Goethe ... Eckermann: Johann-Peter Eckermann (1792-1854), poeta e letterato, è famoso per i suoi Colloqui con Goethe negli ultimi anni della sua vita.
  4. la sua ... finzioni: la sua opinione sulle opere d’invenzione.