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Il Tartufo di Molière: la morale della ragione

Il teatro di Molière fa sorridere: ma la critica che egli muove al suo tempo, e soprattutto alla religione del suo tempo, è serissima, e anticipa prese di posizione che, con maggiore sistematicità, saranno sviluppate dai filosofi del Settecento. Ma, come osserva in questa pagina lo storico della letteratura francese Paul Bénichou (1908-2001), Molière non era solo: era in sintonia con le punte intellettualmente più avanzate della società del suo tempo, e poteva contare sulla comprensione e l’appoggio del giovane re di Francia Luigi XIV.

Il Tartufo è stato scritto in un’epoca in cui la forza delle proibizioni cristiane si era attenuata, senza però che questa disaffezione nei loro confronti si traducesse ancora in una filosofia apertamente audace. Prima di chiamare la religione stessa col nome di superstizione si cominciò col distinguere la superstizione dalla religione [...]. La facile filosofia della gente d’alto rango si alleava col buon senso del popolo nel deridere il bigottismo1 , vero o finto, gli sguardi contriti e lo zelo aggressivo dei devoti [...]. La ridicolaggine del devoto che si scandalizza per una scollatura femminile o rimprovera a sé stesso di aver ucciso una pulce recitando le preghiere non era certo una cosa del tutto nuova, ma le reazioni suscitate dalle commedie di Molière fanno pensare che la satira del bigotto cominciava ad assumere un significato sovversivo: sentendosi minacciata, la religione non apprezzava più gli scherzi [...]. Il fatto che Molière abbia creduto la sua commedia [Tartufo] compatibile con la vera religione, e che molti dei suoi contemporanei abbiano condiviso la sua convinzione, non prova affatto che non ci sia nulla di sovversivo nel Tartufo: al contrario, prova che c’era già qualcosa di sovversivo nell’opinione dei più. L’esistenza stessa di un partito dei devoti, gli sforzi fatti per difendere il potere tirannico dei dogmi e della morale cristiana non lasciano dubbio a questo proposito. L’«ordine morale» non ha ragion d’esistere che nella minaccia del disordine. L’allontanamento dalla morale religiosa proseguiva da oltre un secolo. La rivolta imminente degli spiriti contro le costrizioni cristiane era in gestazione nella società; la Chiesa, allarmata da questa guerra pacifica che la vita civile, coi suoi svaghi e i suoi splendori, le dichiarava, cominciava già a reagire con violenza, ma senza grande successo: è significativo che la cabala2 sia stata tale, che abbia dovuto, cioè, agire in segreto; il potere era contro di lei. Luigi XIV sostenne ostinatamente l’autore della Scuola delle mogli, del Don Giovanni e di Tartufo contro i suoi nemici devoti. E non solo per ragioni accidentali, perché i devoti scontentavano il giovane re o censuravano le sue relazioni amorose, ma perché, più profondamente, la monarchia, soprattutto nei suoi periodi migliori, era solidale con un certo tipo di rigogliosa espansione vitale, almeno nelle classi alte. È un potere che vuole essere ricco e fa rifluire la sua ricchezza su quella parte della società che lo circonda; un potere che in un certo senso vuole essere amabile e che, in ciò che ha di migliore, vuole accontentare per regnare. Il XVIII secolo elaborerà la teoria di una monarchia illuminata che coordina il progresso e lo sviluppo, come la ragione coordina i desideri senza contrastarli. La morale della ragione, della ragione in armonia con le cose, questa morale che è quella di Molière, si è sviluppata in parallelo col progresso della monarchia: prima di allargarsi in una dottrina dello Stato e del mondo, apertamente indirizzata contro lo spirito di controllo e la religione, questa morale esisteva già, al tempo di Luigi XIV, sotto la forma, più modesta, di una teoria della saggezza personale e civile.

(P. Bénichou, Morales du grand Siècle, Gallimard, Parigi 1948. Traduzione di G. Bucchi)

Molière anticipatore dei pensatori dell’Illuminismo settecentesco? È questa la tesi di Paul Bénichou. Nelle sue commedie, Molière prende le parti del buon senso contro le convenzioni e dello spirito laico contro la religione vissuta in maniera bigotta e superstiziosa: cent’anni dopo sarà questo, precisamente, il punto di vista di intellettuali come Voltaire o Diderot. Ma in questa battaglia, osserva Bénichou, Molière si trova accanto un alleato inatteso: il giovane re di Francia Luigi XIV. Il potere politico, anziché rallentare lo spirito del progresso, cerca di favorirlo: e anche questo è un preannuncio di quello spirito laico e liberale che ispirerà l’azione di alcuni monarchi "illuminati" nel corso del secolo XVIII.
  1. bigottismo: zelo religioso eccessivo e ridicolo.
  2. la cabala: cioè l’alleanza, il complotto dei devoti che si opposero alla commedia di Molière.