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Fedra tragedia del disinganno

In questo saggio, dedicato al racconto di Teramene, Leo Spitzer propone di leggere Fedra come una «tragedia del disinganno». Perché, si domanda il grande filologo tedesco, Teseo – che pure è colpevole, dal momento che ha condannato ingiustamente il figlio all’esilio e lo ha fatto uccidere da Nettuno – viene risparmiato?

Quale è l’intenzione della tragedia? Incominciamo considerando il fatto elementare che, dei sei personaggi della Fedra, tre muoiono e tre sopravvivono. Tutti quelli che muoiono sono colpevoli: Fedra, la cui colpevolezza è evidente sin dal principio; Enone, la nutrice, complice del delitto della sua signora; e Ippolito, la cui colpa è lieve, ma, secondo lo stesso Racine, è pur sempre una colpa (egli ama Aricia contro la volontà del padre). Di quelli che sopravvivono, Teramene e Aricia sono innocenti, mentre Teseo, che non è certo un modello di virtù (diviso come è sempre stato tra le fatiche dell’eroe e le sue meno gloriose avventure erotiche), commette, sia pure in un momento di cecità, il delitto di sacrificare la virtù nella persona del figlio Ippolito, che egli maledice e manda in esilio. Perché allora, si può chiedere, al criminale Teseo viene concesso di scampare illeso […]?
La mia interpretazione è che la morte venga risparmiata a Teseo affinché egli comprenda e riconosca, non solo il proprio delitto e le sue conseguenze, ma anche la perversità dell’ordine del mondo. Il re, cui è rivolto il racconto di Teramene, sta sulla scena davanti a noi, spettatore smarrito di ciò che può colpire una famiglia reale; egli è coinvolto nell’azione unicamente per il suo atto di cecità; per lo più, se ne sta nel suo «palco privato sul palcoscenico», assistendo ad un dramma che si svolge dinanzi a lui. Mentre il figlio Ippolito viene annientato dall’azione della tragedia senza nulla comprendere […], mentre Fedra viene annientata dopo aver pienamente compreso, sin dal principio, che essa e la sua famiglia, soprattutto il ramo femminile, sono perseguitate da Venere, Teseo deve assistere all’annientamento del figlio e della moglie prima di esser portato a scorgere la natura del suo fato […]: il personaggio più importante […] sarà l’esempio vivente della lezione che ha imparato «drammaticamente». Che cosa è questa lezione? Forse timeo deos et dona ferentes1: gli dèi schiacciano coloro che più favoriscono. Egli, il protégé2 del dio Nettuno, è diventato lo strumento del fato; lo scioglimento dell’azione fa che alla fine egli comprenda come, mentre si credeva protetto da un dio benigno, ne era in realtà la vittima […]. L’intera tragedia, la più straziante, la più tragica delle tragedie, si risolve in un’accusa contro l’ordine del mondo, ed invita l’uomo alla ribellione contro gli dèi.
Saziata l’ira degli dèi, per altro non provocata, a Teseo non rimane se non compiere ciò che il figlio morente gli ha chiesto: essere benevolo con l’innocente Aricia. La calma degli ultimi versi pronunziati da Teseo è una calma di disperazione consapevole. Teseo è finalmente désabusé3, come gli aveva predetto Ippolito in punto di morte; ha assaporato quel desengaño che tutti i moralisti spagnoli dell’epoca di Racine ben conoscevano.

(L. Spitzer, Il «recit» di Théramène, in Critica stilistica e semantica storica, Laterza, Bari 1966)

Perché dunque – si domanda Spitzer – Teseo, il primo responsabile delle disgrazie che colpiscono la sua stirpe, non viene ucciso? Perché la punizione di Teseo non sta nella morte (come per Fedra) bensì nella conoscenza, una conoscenza che però arriva troppo tardi per salvarlo. Teseo pensava di essere il prediletto degli dèi, un uomo votato al successo e alla felicità; impara invece che gli dèi l’hanno tradito: e in questo disinganno (una parola-chiave del teatro seicentesco francese e spagnolo), in quest’amara scoperta della «perfidia divina e dell’umana impotenza», risiede la sua condanna, più tragica della morte.
  1. timeo … ferentes: "Ho paura degli dei anche se portano doni". Spitzer qui ritocca un notissimo verso di Virgilio, pronunciato da Laocoonte, che invita a non accettare dai greci il dono del cavallo di legno (Eneide II 49): «Timeo Danaos et dona ferentes», "Ho paura dei Greci anche se portano doni".
  2. protégé: il protetto, il prediletto (il termine francese è d’uso comune anche nella prosa italiana colta).
  3. ésabusé: disilluso, disincantato, ma la parola si traduce forse meglio con "ha gli occhi aperti".