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Charles Baudelaire, un poeta senza Dio

Il grande filologo romanzo Erich Auerbach ha scritto un saggio su Baudelaire nel quale si pone, tra l’altro, il problema del suo rapporto con il cristianesimo e in generale con la fede, un problema che oggi potremmo considerare secondario ma che era invece cruciale per i letterati dell’Ottocento, sia per quelli che si professavano cristiani (è il caso di Manzoni, per esempio) sia per quelli che avevano con la religione un rapporto più problematico (è il caso del grande maestro della generazione che precede quella di Baudelaire, Victor Hugo). Anche da questo punto di vista, sostiene Auerbach, Baudelaire segna una frattura netta col passato.

Se la linea interiore delle Fleurs du Mal sarebbe impensabile senza la tradizione cristiana, essa è però poi fondamentalmente diversa e inconciliabile con essa. Riassumiamo qui in modo breve e lineare i punti salienti di tale inconciliabilità:
1) Quello che cerca il poeta delle Fleurs du Mal, non è la Grazia o la beatitudine eterna, ma il Nulla, “le Néant,”1 oppure una specie di soddisfazione sensuale, la visione di una ricercatezza artistica sterile, ma sensuale (volupté calme) […]
3) Nelle Fleurs du Mal il problema della sensualità come depravazione è posto in modo ben diverso che nel cristianesimo del tardo Medio Evo; l’oggetto del desiderio peccaminoso sono molto spesso il marcio e il bizzarro nelle varie forme terrene, mentre il godimento delle cose terrene sane e vitali non è mai sentito come peccato. La querela ammonitrice della morale sessuale cristiana presenta invece l’oggetto della tentazione sensuale come effimero e caduco, ma pur sempre nella splendente fioritura della giovinezza e nella piena salute terrena; l’illusorio e l’ingannevole della tentazione stanno proprio nella sua apparente incontaminatezza, che seduce ed è quindi da condannare. Il poeta delle Fleurs du Mal conosce giovinezza, pienezza di vita e salute solo come oggetto di desiderio nostalgico, di ammirazione oppure d’invidia maligna. Talvolta egli desidera distruggerle, ma in un primo momento ha la tendenza a spiritualizzarle, ad ammirarle e ad adorarle.
4) Nelle Fleurs du Mal la lotta di Baudelaire non riguarda l’umiltà, bensì la superbia. È vero che egli getta spesso l’ignominia su se stesso e sullo cose terrene, ma anche nell’ignominia cerca sempre di mantenere salda e intatta la propria superbia. A questo proposito rimandiamo il lettore ad alcuni versi che hanno l’andamento di una preghiera della poesia Bénédiction (Soyez béni, mon Dieu, qui donnez la souffrance...). Si tratta di versi di grande effetto, ma in essi domina il pensiero dell’apoteosi del poeta, il quale si eleva sulla spregevole stirpe degli uomini per avanzare al cospetto di Dio. Sarebbe stato pressoché impossibile scrivere simili versi prima della famosa apostrofe a Dio di Rousseau, all’inizio delle Confessions; in entrambi i casi si tratta di ostentazione, di far bella mostra di se stesso. […]
[Le Fleurs du Mal] sono un’opera generata dalla disperazione e dall’amara voluttà della disperazione; il loro mondo è un carcere, nel quale si può trovare talvolta sollievo o evasione, talvolta anche l’autogodimento della propria superbia di artista, ma dove non può esistere, e sarebbe quindi del tutto inutile affannarsi a ricercarla, una qualsiasi via d’uscita.

(E. Auerbach, I fiori del male e il sublime (1951), in Charles Baudelaire, I fiori del male, Milano, Feltrinelli 1964)

Nelle righe che precedono questo brano, Auerbach mostra come alcune delle poesie di Baudelaire siano influenzate da un immaginario che si potrebbe definire genericamente cristiano: per esempio le poesie intitolate Spleen, in cui s’incontrano allegorie che fanno pensare alla psicomachia cristiana (cioè alla lotta tra virtù e vizi che ispira un poemetto del poeta della tarda latinità Prudenzio, sec. IV-V d. C., la Psychomachia appunto). Ma in questa pagina Auerbach osserva che la visione del mondo di Baudelaire è invece radicalmente anticristiana, per quattro ragioni principali: 1) perché è il piacere sensuale che lo attrae, e non lo Spirito, e non trova che in questa attrazione verso il ‘basso’, verso la carne, vi sia alcunché di peccaminoso; 2) perché – a differenza dei suoi predecessori romantici (Hugo in testa), Baudelaire non parla mai di Dio nelle sue poesie, se non in maniera blasfema; 3) perché Baudelaire non possiede la virtù cristiana dell’umiltà: quasi tutte le sue poesie trasudano disprezzo per gli altri, e coscienza della sua eccezionalità; 4) perché Baudelaire è sì disgustato dalla vita nel mondo, ma non pensa che da questa vita si possa scappare se non annichilendosi: «tuffarsi nell’abisso, Inferno o Cielo, che importa? / Al fondo dell’Ignoto, per trovare del nuovo!» (così si chiude la splendida poesia Il viaggio).
  1. Vi è un punto in cui perfino Le Néant gli pare che non sia abbastanza “nulla.” Si trova nei Projets de Préface pour une Edition nouvelle, verso la fine, nel capoverso che comincia con le parole D’ailleurs, telle n’est pas... (FdM Crépet-Blin, p. 214).