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Contro l’impegno

Impegno è la parola che si sentiva più spesso, negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, per descrivere il ruolo e il compito degli intellettuali. Bisognava impegnarsi: prendere partito, stare dalla parte del progresso, delle masse, della giustizia sociale, scrivere per un fine più alto del semplice divertimento, o del semplice ‘far poesia’. Ma non tutti erano d’accordo con questo programma ‘militante’ (altra parola onnipresente, a quell’epoca: per dire di un atteggiamento partecipe, schierato, l’atteggiamento di chi non si accontenta di osservare ma vuole fare per cambiare le cose). Nei Sillabari (usciti in volume nel 1984, ma composti da articoli usciti sul «Corriere della Sera» nei primi anni Settanta), Goffredo Parise scrive un mini-racconto, o un mini-saggio, dal titolo Antipatia, in cui prende in giro proprio questa specie di mistica dell’impegno che sembrava ispirare le parole e le azioni dei suoi colleghi scrittori. Sono pagine molto limpide, che non hanno quasi bisogno di commento; e con le quali, naturalmente, si può essere in accordo o in disaccordo.

Un giorno un uomo un po’ pigro che non si era mai interessato di politica perché non riteneva affatto, nonostante i rimproveri che gli piovevano da tutte le parti, che «ogni azione umana è una azione politica», udì il telefono squillare in modo che gli parve antipatico. […]
Sperò che la persona, chiunque fosse, smentisse questo sentimento ma non ne era tanto certo e andò a rispondere di malavoglia. Udì all’altro capo del filo una voce dolcina1 , «in maschera», che gli parve completamente sconosciuta anche dopo che ebbe dichiarato un nome. Invece conosceva bene la persona ma in quel momento aveva dimenticato di lui sia il nome che il timbro della voce. Era una persona che molti in quegli anni ritenevano importante, o meglio, che molti giudicavano segno della propria importanza ritenere importante. Ma aveva una brutta faccia ossuta a forma di pugno, una bocca chiusa dentro un incavo osseo come certi sdentati e soprattutto aveva occhi mobilissimi che non si fermavano mai negli occhi della persona con cui parlava.
Dandogli del «tu» ma con voce dolcina andò subito al concreto: chiese una sovvenzione per alcuni fuggiaschi spagnoli che lottavano contro il regime del generalissimo Franco2 e in quel momento si trovavano in Italia. Disse che si era rivolto a lui come a persona «notoriamente progressista» sicuro che non avrebbe rifiutato un contributo al «processo di rivoluzionarizzazione» che si compiva in quel paese.
L’uomo pigro provò antipatia immediata per due ragioni: primo perché quelle parole erano senza senso e poi perché, ritenendosi persona che non sapeva quasi nulla, invidiò nell’altro la capacità fonica di assimilare e di poter pronunciare senza difficoltà parole non soltanto prive di senso ma difficilissime da pronunciare. Cacciò quel torpore3 a lui ben noto che nasceva sempre dall’antipatia (anzi il torpore si identificava con l’antipatia) e rispose che egli non si considerava «notoriamente progressista» dal momento che non si interessava di politica (l’altro cominciò subito a dire che «ogni azione dell’uomo è una azione politica», come a preludere una di quelle lunghe e noiose lezioni che disgraziatamente capitano nella vita ma che in ogni caso sono da evitare al telefono). Poi disse che non conosceva di persona i fuggiaschi, infine ripeté ancora una volta che, disinteressandosi di politica, non avrebbe, come dire… contribuito.
Ci fu una pausa durante la quale l’uomo indovinò esattamente l’obiezione dell’altro, che infatti arrivò pochi secondi dopo. Era questa: «Guarda, pensaci, perché questo è un tipico lapsus4 : significa che tu sei qualunquista5 per non dire fascista». L’ammonimento, fatto sempre con voce dolcina, aveva intenzione di provocare un risentimento e una immediata precisazione ma non provocò nulla perché previsto e l’uomo rispose con voce semplice e quasi umile: «Può darsi, non me ne intendo». L’altro continuò: «Dovresti andare da uno psicanalista» aspettandosi un «perché» che però non venne e al suo posto venne un sospiro lungo. Allora cambiò tono, ma non voce e disse: «Senti, ci vediamo una di queste sere? Non ci vediamo mai» e l’uomo rispose che stava partendo, un viaggio di molti mesi. «E quando torni?»
«Tra molti mesi, forse sei mesi, o più, al mio ritorno, volentieri».
Il discorso continuò ancora un po’ sul viaggio, inventato lì per lì dall’uomo pigro e dunque fu un discorso difficile e noioso perché l’«altro» desiderava conoscere alcuni dettagli di luoghi e date, però a un certo punto finì.
Passarono i mesi dovuti e un giorno l’uomo, che aveva completamente dimenticato, udì un’altra volta il suono antipatico del telefono ma con sonnolento candore andò a rispondere. Era lui. Chiedeva una sovvenzione per alcuni guerriglieri palestinesi di passaggio. Ottenne un rifiuto, ripeté il discorso fatto alcuni mesi prima, trovò «indifferenza colpevole» e nessuna disposizione al «dialogo». L’uomo ammise di non aver alcuna disposizione al «dialogo», non per cattiveria ma per poca competenza.
Una sera l’uomo si trovò a cena a tu per tu con l’«altro», subito sentì che questi era punto da un forte desiderio di «discutere» e sospirò. Non poteva andarsene, il suo posto era stato assegnato dalla padrona di casa ed egli vedeva o gli pareva di vedere alla tavola alcune donne bellissime e uomini molto simpatici e interessanti da cui però il destino l’aveva allontanato. L’«altro» aveva già cominciato a parlare ma l’uomo lo udiva poco, tutto teso ai discorsi frivoli della padrona di casa e degli altri convitati che, con sua grande invidia, ridevano. Li guardava con la coda dell’occhio e li udiva poco ma per simpatia anche lui aveva atteggiato le labbra al sorriso: il vino, Brunello di Montalcino squisito, l’ottimo roast-beef che la padrona di casa aveva fatto portare dinanzi agli ospiti perché il cuoco lo disossasse con un coltellino veloce e scintillante, le soffici pommes soufflées6 , gli occhi neri e profondi di una donna laggiù in fondo al tavolo e la sua risatina gorgogliante come una fontanella, tutto ciò disponeva le sue labbra al sorriso. Ma l’«altro» non capì, anzi credette di capire in un certo modo ignoto all’uomo il significato del suo sorriso, per ragioni altrettanto ignote si rivolse a lui con voce alta per attirare la sua attenzione e forse quella di altri e disse: «Allora tu, non ammettendo nessuna alternativa, preferisci i colonnelli…».
A questo punto l’uomo che non aveva sentito le frasi precedenti, a quelle parole ignote e sconnesse ebbe una pausa di timore e pensò all’esercito e ad alcuni gradi dell’esercito per poter rispondere; e sempre mantenendo sulle labbra il sorriso anche se il sentimento di quel sorriso era stato disturbato da «qualcosa» (egli non sapeva che cosa) disse che purtroppo, non avendo fatto il militare e non conoscendo l’ambiente, non si poteva pronunciare. Il torpore vagava nella sua mente mentre così parlava ma allo stesso tempo, vedendo la faccia dell’«altro», come in un gioco a dama capì di quali colonnelli si trattava. Si trattava dei colonnelli che in quegli anni si erano impadroniti del potere in Grecia. E invece non era neppure così: l’«altro» si riferiva ai colonnelli italiani. Reso silenzioso dalla torpida ignoranza del suo interlocutore, girò gli occhi furbi e voraci qua e là, bevve una sorsata di Brunello come fosse un vino qualsiasi e mangiò roast-beef e pommes soufflées, rapidamente e senza guardarli prima. L’uomo pigro approfittò di questa breve pausa per rivolgersi alla moglie dell’«altro» che era seduta accanto a lui: si complimentò con lei per una spilla antica che aveva appuntata allo scollo dell’abito.
«È antica, sa?» disse la donna, e sollevando una manina grassoccia, di pupattola, mise in mostra l’anello, il pendant7: «Anche questo è antico» disse, e subito, come vergognandosi di chissà che cosa, forse di quello che lei riteneva un lusso eccessivo, disse: «Un’occasione». In realtà spilla e anello erano oggetti antichi ma di poco valore ma l’uomo capì che la donna, tra sé e sé, e fin dal momento dell’«occasione» doveva aver provato l’emozione di una donna povera e inelegante a contatto con gioielli che lei riteneva di grande valore materiale e mondano: e questo sentimento puro piacque all’uomo e fece sì che egli si disponesse meglio anche verso il marito che gli ispirava antipatia. Lo guardò e proprio in quel momento il marito ficcò in bocca nello stesso tempo, con la forchetta una pomme soufflée e con le dita un grosso pezzo di pane (due cose che non vanno d’accordo) in un certo modo curvo, tra umile e ingordo, di una umiltà e di una ingordigia così antiche, irredimibili8 e lontane da ogni speranza «futura» che l’uomo, sapendo quanto breve è la vita, con suo grande sollievo cessò di provare antipatia per lui.

(G. Parise, Sillabari, Adelphi, Milano 1984)

Parise scrive questo racconto nel 1971, e l’intellettuale di cui parla somiglia molto a Pier Paolo Pasolini, che all’inizio degli anni Settanta era davvero «una persona importante», anzi forse il più importante e conosciuto tra gli intellettuali italiani. Quasi certamente quest’uomo dalla voce «dolcina», fastidiosa, petulante, è proprio Pasolini, ma in realtà l’identificazione non è così importante. In questa pagina, infatti, Parise fa il ritratto del tipico intellettuale di sinistra di quegli anni, ed è un ritratto tutt’altro che benevolo. Nell’invito all’impegno, allo schierarsi a favore della buona causa, alla mobilitazione in favore dei deboli (tutte cose in astratto lodevoli), Parise percepisce una nota falsa, una finzione, una posa. Ma – da vero scrittore – non lo dice esplicitamente: lo fa vedere, lo mostra nel paragrafo finale, attraverso la descrizione dell’«altro» mentre è alle prese con un gigantesco boccone di pane e patate: è a uomini del genere, riflette la voce narrante, che sarebbero affidate le ‘speranze future’, le sorti della rivoluzione? Ma allora non c’è da avere paura, non c’è neppure da provare antipatia: semmai un moto di comprensione, quasi d’affetto per quella fame atavica, per quella infantile mancanza di tatto…
  1. dolcina: suadente, melliflua.
  2. Generalissimo Franco: il dittatore che governò la Spagna dal 1939 (l’anno in cui si concluse a suo vantaggio la guerra civile spagnola) al 1975, l’anno della sua morte.
  3. torpore: senso di sonnolenza, stanchezza.
  4. lapsus: equivoco, errore.
  5. qualunquista: alla lettera, appartenente al Fronte dell’Uomo Qualunque, un partito che tra il 1946 e il 1948 riscosse un ampio successo politico tra gli elettori conservatori e anticomunisti. È poi diventato un termine usuale per definire una persona restia a impegnarsi politicamente, cinica, reazionaria.
  6. pommes soufflées: varietà particolarmente raffinata di patate fritte.
  7. pendant: oggetto prezioso che si accompagna ad un altro oggetto prezioso.
  8. irredimibili: che non possono essere redente, cioè riscattate, salvate: la fame e l’ingordigia dell’uomo appartengono, per così dire, al suo DNA, cioè alla sua essenza più profonda, e non gli possono essere tolte.