DeA_L&D_icona_strumenti

Carducci: la nostalgia per il tempo degli eroi

Secondo il critico Giorgio Bàrberi Squarotti, il sentimento dominante, nell’opera di Carducci, è la nostalgia. Carducci pensa con rimpianto a tre fasi della storia della penisola italiana – la classicità romana, il comune medievale, le vicende risorgimentali – accomunate da uno slancio eroico verso l’azione politica. Il rimpianto deriva dal fatto che il presente non è all’altezza di quel grandioso passato, e degli ideali carducciani.

Ecco: la nostalgia è uno dei motivi di fondo dell’ideologia e della poesia del Carducci: per la classicità romana, assunta in blocco, senza distinzioni, come il luogo tipico dell’eroico, ma anche per i tempi eroici del comune medievale; e poi le vicende risorgimentali, soprattutto nei momenti più disperati e tragici piuttosto che in quelli trionfali, anche perché la nostalgia dell’eroico, a raffronto di una contemporaneità mediocre e un poco sordida, viene inevitabilmente e anche vivamente a colorarsi del senso o della presenza del tragico, cioè a presentare l’eroe come colui che lotta e muore sollevandosi sulle difficoltà, sugli errori, sulla malignità e sulla malvagità del nemico e della stessa storia, anzi sceglie, in ultima analisi, la morte come consacrazione di tale sua condizione eroica a contrasto e ad ammonizione di un mondo che si degrada, si fa mediocre, rifiuta la nobiltà e l’eccezione e, anche, tutte le memorie plutarchiane1 e romane che rendono ideologicamente possibile la reincarnazione dell’eroe in un mondo volgare, borghese. La repubblica che il Carducci propone non è, infatti, né quella del Cattaneo né quella del Mazzini: è piuttosto un concetto letterario, desunto ancora una volta dai classici, già ampiamente sfruttati in questa direzione dall’Alfieri e dalla rivoluzione francese, e modellato su Roma, la Roma repubblicana. […]
Il fatto è che quella del Carducci non è tanto nostalgia per la bellezza o l’integrità del mondo classico (quale era stata per Winckelmann, per Goethe, per Foscolo), quanto piuttosto per le parvenze eroiche di quel mondo, per un sogno eroico che poteva essere sognato soltanto nel più remoto passato e che, se comunque era potuto incarnarsi anche in tempi meno lontani come la rivoluzione francese o il risorgimento, tuttavia ciò era potuto accadere soltanto perché i nuoci eroi avevano rivestito le loriche e le insegne dei Romani. […]
Si è ripetuto spesso che la poesia storica del Carducci ha, nei momenti più deboli, i caratteri di un’alquanto pesante saccenteria professionale. In realtà, le cose non stanno così. Non si tratta di pedanteria, ma di quella prepotenza dei libri nella cultura e nell’esperienza del Carducci che soltanto di rado viene meno (e il caso più felice è costituito dalle lettere d’amore per Lidia e dalle parti più abbandonate e ironiche dell’epistolario, che rimane uno dei fatti letterari fondamentali nell’intera opera del Carducci). La nostalgia del passato è, appunto, per ciò che del passato, reale o immaginario o idealizzato, è passato nei libri e li ha costituiti, e comporta sì anche la verifica del distacco fra i libri e la realtà, infinitamente da essi lontana (ed è una verifica ovvia, molto facile, anche se il Carducci finisce a ripeterla continuamente), ma, per un «nostalgico» dei tempi eroici quale è il Carducci, anche la scrittura in sogno che contraddistingue la sua poesia. Per questo soltanto il «popolo» quale è raffigurato in Livio o in Tacito è presente nell’opera poetica del Carducci.

Giosue Carducci, Poesie, a cura di Giorgio Bàrberi Squarotti, Milano, Garzanti, 1978

C’è una nostalgia degli antichi che è culto della bellezza classica (è il caso del neoclassicismo settecentesco, di Winckelmann e Goethe), e c’è una nostalgia degli antichi che è rimpianto per un mondo eroico, sentito come moralmente superiore a quello contemporaneo: di questo secondo tipo – sostiene Bàrberi Squarotti – è la nostalgia di Carducci. Roma, i comuni medievali, il Risorgimento: sono i tre momenti storici nei quali la nobiltà degli uomini (e in particolare degli italiani) è emersa con particolare evidenza, tre momenti che a Carducci piace ricordare in anni (l’ultimo quarto del secolo XIX) nei quali pare che non ci sia più posto per le alte idealità del passato. La sua visione della classicità è fondata sulle storie di Livio, Tacito, Plutarco, ed è dunque una visione idealizzata e libresca, alla quale è stato facile rimproverare una certa «saccenteria», una certa lontananza dalla vita reale; ma il fatto è che per un uomo dell’Ottocento come Carducci (o come Leopardi prima, e Pascoli dopo) quelle memorie erano infinitamente più vive e vitali di quanto non ci appaiano oggi. Da questo punto di vista, la distanza che separa un pensatore come Machiavelli (che quando parla della forma di governo repubblicano pensa continuamente alla Roma antica) da un poeta-studioso come Carducci è meno grande di quella che separa Carducci dagli uomini di oggi, per i quali il mondo classico non può essere oggetto se non di un interesse archeologico.
  1. Plutarchiane: lo storico greco Plutarco, vissuto tra il I e il II secolo dopo Cristo, aveva raccontato, nelle sue Vite parallele, le vite di grandi uomini dell’antica Grecia e di Roma.