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Essere italiani prima che ci fosse l’Italia: l’importanza della letteratura

Che cosa voleva dire ‘sentirsi italiani’ prima dell’Unità? Perché tanti giovani decidono di rischiare il carcere e la morte in nome di una Patria che non è mai veramente esistita? Perché si sentono ‘italiane’ persone che vivono sotto regimi diversi, o sotto il dominio di potenze straniere, e che spesso parlano anche lingue differenti? Ebbene, per secoli, l’unico patrimonio comune a tutti gli italiani colti furono una lingua scritta e una letteratura: e questa letteratura, questa ricchissima tradizione di poesie e di storie, influenzò le idee degli uomini e delle donne del Risorgimento in una misura che oggi ci è difficile anche soltanto immaginare. Dal volume Nel nome dell’Italia riportiamo un brano di Pietro Finelli nel quale viene messo a fuoco proprio questo aspetto del nostro Risorgimento. Di seguito, riportiamo un brano tratto dalle Ricordanze della mia vita del patriota napoletano Luigi Settembrini (1813-1876), che mostra appunto quanto la letteratura fosse importante nella mentalità dei giovani che aspiravano all’Unità d’Italia.

Per secoli l’«italianità» ha indicato l'appartenenza ad una comunità culturale, unita dall'uso di una lingua comune e dalla condivisione di una tradizione letteraria e artistica, piuttosto che da una, sia pur vaga, identità politica. […]
La «scoperta della patria» è un fatto culturale che avviene attraverso la lettura, individuale o collettiva, degli autori classici, latini e greci, carichi di riferimenti all’«amor di patria»; delle tragedie di Alfieri, della Divina Commedia e di Foscolo; e poi sempre più spesso di una nutrita serie di autori – generalmente romantici e proibiti o quantomeno sospetti – quali Berchet, Guerrazzi, d’Azeglio, Pomerio, Giusti, Pellico, o persino il Manzoni delle tragedie, e l'ascolto delle opere liriche di Mercadante, Rossini e, ovviamente, Verdi. […]
Viene così messa in campo una narrazione coerente, fatta di temi, simboli, miti, riferimenti storici, che ricorrono e si richiamano da un testo all'altro, in grado di dar corpo e consistenza ad una «nazione italiana» altrimenti estremamente evanescente, costituendo un comune sostrato prepolitico cui i patrioti italiani, siano repubblicani, neoguelfi, monarchici, unitari o federalisti, attingono per dare corpo e forza alle loro diverse letture politiche di cosa sia e cosa debba essere l’«Italia».

(Nel nome dell’Italia, a cura di Alberto M. Banti, Roma-Bari, Laterza 2010, pp. 64-65)

  1. quello che potevan dire: perché la censura borbonica non consentiva una piena libertà di stampa.
  2. le istorie del Botta: la Storia dei popoli italiani dall’anno 300 dell’era volgare fino all’anno 1789 di Carlo Botta, pubblicata a Livorno nel 1826.
  3. Colletta: Pietro Colletta avrebbe pubblicato nel 1834 la Storia del Reame di Napoli.
  4. Prigioni del Pellico: Silvio Pellico pubblicò nel 1832 il racconto della sua prigionia nelle carceri austro-ungariche, Le mie prigioni.
  5. duello di Barletta: quello appunto in cui, nel 1502, Ettore Fieramosca e altri dodici cavalieri italiani sconfissero tredici cavalieri francesi.