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Philip Roth intervista Primo Levi: scrittori e vernici

Nella letteratura italiana c’è un altro scrittore, oltre a Svevo, che si è occupato per buona parte della sua vita di vernici: Primo Levi (1919-87), l’autore – tra l’altro – di Se questo è un uomo. Niente di straordinario, è una professione come un’altra. Ma questa somiglianza tra Svevo e Levi emerge con particolare vivezza in un brano dell’intervista che allo stesso Levi fece il grande scrittore americano Philip Roth nel 1986. Lo riportiamo non perché dica qualcosa di inedito sulla vita di Svevo, ma perché il filo della fabbrica di vernici permette a Levi di raccontare (molto bene) una storia originale e intricata, nella quale si incrociano i nomi di tre grandi scrittori (Svevo, Joyce e Moravia); e lo porta inoltre a riflettere, insieme a Roth, su come un lavoro “vero” come quello del commerciante in vernici possa formare un bagaglio d’esperienza prezioso anche per uno scrittore.

ROTH. Parliamo ora della fabbrica di vernici. Oggigiorno molti scrittori hanno fatto gli insegnanti, altri i giornalisti, e la maggior parte degli scrittori sopra i 50 anni hanno prestato servizio militare; per questo o quel paese […]. Che io sappia, solo due scrittori di rango sono stati dirigenti di una fabbrica di vernici: tu a Torino, in Italia, e Sherwood Anderson a Elyria, nell’Ohio. Anderson dovette abbandonare la fabbrica di vernici (e la famiglia) per diventare scrittore; sembra invece che tu sia diventato lo scrittore che sei oggi rimanendovi, e continuandovi la tua carriera. Mi domando se ti consideri addirittura più fortunato – e magari più agguerrito per scrivere – di quanti tra noi non hanno alle spalle una fabbrica di vernici e tutto quanto comporta quel tipo di contesto.

LEVI. Sono approdato all'industria delle vernici per puro caso […]. Onestamente non conoscevo il nome di S. Anderson. Ho letto ieri una sua breve biografia: no, a me non sarebbe mai venuto in mente di abbandonare la famiglia e la fabbrica per mettermi a fare lo scrittore a tempo pieno come ha fatto lui; avrei avuto paura del salto nel buio, ed oltre tutto avrei perso il diritto alla pensione. Al tuo breve elenco di scrittori verniciai devo però aggiungere un terzo nome, quello di Italo Svevo (1861-1928), ebreo triestino convertito al cattolicesimo: Svevo fu direttore commerciale di una fabbrica di vernici di Trieste, la Società Veneziani, che apparteneva a suo suocero e che si è sciolta pochi anni fa. Fino al 1918, Trieste apparteneva all’Austria, e questa Società era famosa perché forniva alla Marina austriaca una eccellente vernice antivegetativa per le carene delle navi da guerra; dopo il 1918 Trieste divenne italiana, e la vernice venne fornita alla Marina italiana e a quella inglese. Per trattare con la British Admiralty Svevo prese lezioni d’inglese da James Joyce, che a quel tempo insegnava a Trieste; Joyce divenne amico di Svevo, e lo aiutò nella pubblicazione delle sue opere. La vernice accennata si chiamava Moravia. La coincidenza con lo pseudonimo del noto scrittore italiano [Alberto Moravia] non è casuale: sia l’industriale triestino, sia lo scrittore romano ricavarono questo nome dal cognome di una loro comune parente dal lato di madre. Scusami per questo pettegolezzo che forse è poco pertinente. Sì, come accennavo prima, non ho rimpianti. Non credo di aver sprecato il mio tempo dirigendo una fabbrica (di vernici o di qualsiasi altra roba): ho acquistato altre esperienze preziose, che si sono addizionate e combinate con quelle di Auschwitz.

(P. Levi, Conversazioni e interviste, a cura di M. Belpoliti, Torino, Einaudi 1997)