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Il cervello di Calvino

Come si recensisce un libro? Come si parla di uno scrittore? Non è facile: bisogna conoscere molto bene l’autore e l’opera di cui si parla, bisogna organizzare bene i propri pensieri, bisogna scrivere chiaro. Tutte queste qualità sono presenti, sempre, nei saggi di Cesare Cases, che è stato uno dei più intelligenti studiosi e critici di letteratura del nostro Novecento. Cases, che fu a lungo consulente della casa editrice Einaudi, insegnava Letteratura tedesca all’Università (e Einaudi ha pubblicato, tra l’altro, i suoi Saggi e note di letteratura tedesca), ma scriveva anche di filosofia, politica, letteratura italiana. Molti dei suoi contributi sono raccolti nei volumi Il testimone secondario, Il boom di Roscellino, Patrie lettere. Da Patrie lettere è tratto questo ricordo molto bello di Italo Calvino, scritto all’indomani della sua morte.

 

Non si può parlare di un amico appena morto come per fare una voce di enciclopedia, né d’altra parte si può abbracciare qualsiasi cosa con la scusante della commozione. Il meglio, per la commozione, è di star zitta. Si può invece provare a rispondere alla sola domanda che ci si è già posti tante volte in vita: che cosa amavi o ammiravi o invidiavi di più in lui? Per Calvino non avrei dubbi: il fatto che non era mai un dilettante. Anche prima che gli intellettuali fossero presi nella bufera infernale che li spinge a fare di tutto e da cui Calvino si difendeva abbastanza bene, ma che non sarà forse estranea, in ultima istanza, alla sua morte inattesa e precoce, egli aveva molte corde al suo arco e nessuna mandava un suono improvvisato. La sua straordinaria capacità di lavoro gli faceva trovare e assimilare subito gli strumenti di cui aveva bisogno. In questo c’entrava indubbiamente l’eredità dei genitori, entrambi scienziati. Portava un certo abito mentale scientifico in campi in cui esso non è di casa e in cui siamo tutti più o meno dilettanti.
Non era un dilettante, ovviamente, come scrittore, anzi l’estrema perizia tecnica fu usata talvolta contro di lui come capo d’accusa. [...] Ma egli stesso, in un famoso saggio, aveva distinto gli scrittori «loici1» dai «viscerali» ed egli era certamente un «loico» (per Céline2, il più viscerale di tutti, non ebbe mai la minima simpatia anche quando era diventata d’obbligo). L’essere loico lo avvicinò talvolta alla letteratura come gioco, che a molti non piace, ma gli permise di uscire dal realismo dei suoi primi libri, che restano forse i suoi capolavori, quando fu passata l’ora storica che l’aveva reso possibile.
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Non era un dilettante nel lavoro editoriale, che per anni fu la sua occupazione principale, cui accudiva con impegno e puntualità e con cui non perse mai il contatto. Conosceva tutti gli aspetti del mestiere, ma era soprattutto un lettore incomparabile di libri stranieri e di dattiloscritti italiani, su cui, quando poteva, riferiva personalmente nelle riunioni editoriali einaudiane.
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Non era un dilettante come critico e come autore di interventi politici, finché valeva la pena di farne. Ci mise Una pietra sopra3, ma sotto quella pietra ci sono molti saggi che occorre sempre rileggere. E non era un dilettante come studioso di fiabe e di folklore, emulo di Pitré e di Serafino Amabile Guastella4. In questo campo sapeva benissimo che, se avesse voluto, i titoli per una cattedra5 non gli mancavano.
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Non era un dilettante, e quindi parlava e scriveva poco o nulla della morte, che non conosciamo per la semplice ragione che quando c’è lei, diceva Seneca, non ci siamo noi. Ma anche sulle malattie e sulle traversie, di cui si può parlare con competenza, taceva. Ciò che gli piaceva e che regalava ai suoi personaggi era l’avventura, l’imprevisto anche se modesto, come lo spuntare dell’erba nelle crepe dei casermoni delle città, per non parlare di quello che mobilitava tutte le risorse della sua fantasia. Invece non sentiva il pathos della sofferenza quotidiana. Uno dei suoi capi d’accusa era l’autocommiserazione. «A me — diceva — non piacciono quelli che si lamentano». Solo una volta mi parlò di quel suo lunghissimo intestino che per anni gli diede seri disturbi. Ma non si può dire che se ne lamentasse. Accennava con le mani all’atto di sgomitolare per mostrare quanto fosse complicato e interminabile, con un certo rassegnato disgusto come se si fosse trattato di un pessimo romanzo, altrettanto complicato e interminabile, con cui doveva fare i conti. Si capisce che non rientrasse nella categoria degli scrittori «viscerali». È di lì, per quei visceri insidiosi e rinnegati, che la morte avrebbe dovuto passare per colpirlo, tra molti anni, forse anzi senza riuscirci mai perché si sarebbe persa nel labirinto. Invece l’ha colpito nell’organo dei «loici», in uno dei migliori cervelli della nostra generazione, mentre era dedito a quell’operazione che compiva e faceva compiere così bene: la lettura. La malizia della morte è infinita e di fronte ad essa, purtroppo, siamo tutti dilettanti.

Gli articoli in memoria di un poeta o di un romanziere (quelli che in francese si chiamano tombeaux) non sono facili da scrivere. Si tratta di ripensare complessivamente all’uomo e alla sua opera, e di sintetizzare le proprie idee in poche righe, per un pubblico di lettori che non è soltanto quello degli esperti (perché questi scritti vengono richiesti, di solito, da quotidiani o riviste non specializzate). Qui Cases assolve splendidamente il suo compito. Intanto, non ci dà un’informazione neutra, oggettiva: dice subito che Calvino era un suo amico (lavoravano insieme per l’Einaudi), e questo fa sì che ciò che dice abbia, per il lettore, un interesse molto più vivo, e che lo coinvolga emotivamente molto più di quanto potrebbe fare, per ipotesi, una voce di enciclopedia («Calvino è nato... È morto...»). Poi, Cases dichiara subito quale era la cosa che più ammirava nel suo amico: il suo non essere un dilettante, cioè la sua serietà, il suo rigore in qualsiasi cosa facesse, dal romanziere al saggista, dal consulente editoriale allo studioso di fiabe. E infine, dopo questo quadro sintetico dell’opera di Calvino, Cases torna a parlare dell’uomo, ma lo fa – mirabilmente – mostrando al lettore quanto la laica intelligenza, il rigore razionale che si respira nei suoi libri, improntasse anche la sua esistenza quotidiana, il suo modo di comportarsi insieme agli amici. Viveva, osservava la vita, non parlava della morte, non si lamentava. Con tanti scrittori e poeti propensi al piagnisteo, non è il più alto degli elogi?
  1. loici: cioè ‘logici’ (è la forma che adopera Dante in un celebre verso dell’Inferno: «tu non pensavi ch’io löico fossi!»); nell’uso italiano colto si adopera spesso questo termine per definire una persona estremamente razionale, che non lascia spazio ai sentimenti e alle emozioni e – come si dice – spacca il capello in quattro.
  2. Céline: Louis-Ferdinand Céline (1894-1961) è stato uno dei massimi romanzieri francesi del Novecento, celebre per i suoi libri (Viaggio al termine della notte, Morte a credito, Da un castello all’altro) ma anche per le sue posizioni antisemite e filo-naziste durante la Seconda guerra mondiale.
  3. Una pietra sopra: è il titolo della più importante raccolta di saggi di Calvino (1980).
  4. Pitrè e Serafino Amabile Guastella: sono due dei maggiori studiosi italiani di folklore e tradizioni popolari del secondo Ottocento. Giuseppe Pitrè, in particolare, è celebre per la grande Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, uscita in 25 volumi tra il 1871 e il 1913.
  5. i titoli per una cattedra: i titoli (cioè i libri, le pubblicazioni) per una cattedra universitaria.