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Primo Levi e la memoria della Shoah

Primo Levi è stato il più importante testimone letterario della Shoah in Italia. Dopo la pubblicazione per Einaudi di Se questo è un uomo, nel 1958, la sua figura è diventata rapidamente un punto di riferimento obbligato, nel dibattito pubblico italiano, tanto per l’esperienza dell’internamento ad Auschwitz quanto per il problema dell’uso pubblico della memoria; problema che diventa centrale soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, quando iniziano ad uscire i primi studi revisionistici che mettono in discussione la veridicità storica della Shoah. Riportiamo qui di seguito uno stralcio del saggio di Anna Baldini che analizza storicamente come il testimone Primo Levi è diventato un intellettuale pubblico.

... Alla fine degli anni Settanta quello di pubblico interlocutore è per Levi un ruolo pressoché istituzionale. Ma come è arrivato lo scrittore a occupare questa posizione? Vale la pena riprendere il ricordo di Lidia Rolfi: «Quasi automaticamente veniva invitato Primo, perché Primo in quel momento era la voce della deportazione. Non c’erano altri testi che avessero avuto lo spazio, e detto fra virgolette, la fortuna di Se questo è un uomo; era diventato quasi il testo unico della deportazione in quel momento e lo rimane tuttora1». La presenza di Levi nelle scuole è certamente il fattore che ha più contribuito a farne il principale mediatore della memoria dello sterminio in Italia: sia la sua presenza in carne e ossa davanti agli studenti, sia quella del suo primo libro, la cui lettura nel corso dell’anno scolastico è tuttora una pratica ampiamente diffusa.
Per generazioni di studenti italiani Se questo è un uomo è stato, ed è ancora oggi, il primo approccio all’universo concentrazionario. Einaudi ne aveva pubblicato un’edizione scolastica, con note curate dallo stesso Levi nel 1973, otto anni dopo La tregua, che già nel ’65, due anni soltanto dopo la prima edizione, era entrata nella collana «Letture per la scuola media» della casa editrice. Nel 1976 Levi decide di aggiungere all’edizione scolastica di Se questo è un uomo un’Appendice, nella quale cerca di rispondere agli interrogativi più frequenti che gli venivano posti dai ragazzi. Le medesime domande ricorrono anche nella maggior parte delle interviste allo scrittore sui giornali, alla radio o in televisione: quali sentimenti prova nei confronti dei tedeschi, chi era a conoscenza del progetto di sterminio, perché gli ebrei non fuggirono, quali differenze e quali analogie si possono riscontrare tra Lager e Gulag, quali sono le origini prossime e remote dell’antisemitismo nazista…
Questi temi riemergono nei Sommersi e i salvati, il libro che Levi pubblica nel 1986 e che costituisce la summa di una riflessione quarantennale sulla propria e altrui esperienza concentrazionaria. Il settimo capitolo, in particolare, intitolato «Stereotipi», trae spunto, come l’Appendice di dieci anni prima, dalle domande alle quali Levi si trovava a rispondere con maggior frequenza in conferenze, dibattiti o interviste. Circa a metà della trattazione, lo scrittore si sofferma ad analizzare il significato della ricorrenza così insistente delle stesse domande; la riflessione ha una sfumatura di amarezza: «Nei suoi limiti, mi pare che l’episodio» – quello che Levi ha appena narrato, di un ragazzino di quinta elementare che gli espone un “piano di fuga da Auschwitz” di cui servirsi la prossima volta – «illustri bene la spaccatura che esiste, e che si va allargando di anno in anno, fra le cose com’erano “laggiù” e le cose quali vengono rappresentate dalla immaginazione corrente, alimentata da libri, film e miti approssimativi. Essa, fatalmente, slitta verso la semplificazione e lo stereotipo; vorrei porre qui un argine contro questa deriva2». Come è tipico del suo modo argomentativo, Levi sfuma subito l’affermazione («in pari tempo, vorrei però ricordare che non si tratta di un fenomeno ristretto alla percezione del passato prossimo né delle tragedie storiche3»): rimane comunque l’impressione di una certa stanchezza del “testimone” nei confronti del proprio “pubblico”. Soprattutto il confronto con gli studenti si era rivelato usurante: i biografi Ian Thomson e Carole Angier hanno calcolato che Levi abbia visitato circa 150 scuole in meno di un ventennio: un periodo durante il quale, almeno fino al 1976, lo scrittore lavorava come direttore di una fabbrica di vernici di Settimo Torinese. Alla fine degli anni Settanta, Levi smette quasi completamente di accettare inviti nelle scuole.
Gli anni in cui Levi comincia a diradare gli impegni scolastici fino a interromperli del tutto sono quelli in cui ha inizio la lunga elaborazione dei Sommersi e i salvati; una prima traccia del libro la possiamo rinvenire nella prefazione scritta per la Notte dei girondini di Jacob Presser, un romanzo olandese tradotto dallo stesso Levi e pubblicato da Adelphi nel 1976. In quelle pagine introduttive lo scrittore accenna per la prima volta a quello che sarà il cuore filosofico del suo ultimo libro, l’argomento della sua riflessione più innovativa e complessa: quella sulla “zona grigia”. Se la necessità di un’analisi etica dello «spazio che separa […] le vittime dai persecutori4 » costituisce l’origine più probabile dell’urgenza interiore che ha generato il libro, tra gli stimoli esterni ci fu invece l’emergere, dalla fine degli anni Settanta, di diverse ondate di negazionismo e revisionismo, in varianti prima rudimentali poi più raffinate. Levi si trova in prima linea su questo nuovo fronte, è il più noto intellettuale italiano ad armarvi contro la penna, sia con il lavoro confluito nei Sommersi e i salvati, sia con incessanti interventi sulla stampa, in interviste e articoli – l’ultimo dei quali, Buco nero di Auschwitz, apparve sulla «Stampa» un paio di mesi prima della morte dello scrittore.
Il revisionismo è però anche una prova che, dalla fine degli anni Settanta, una memoria dello sterminio pubblica, anche se non ancora istituzionale, esiste in Italia, come in generale nel mondo occidentale. E infatti I sommersi e i salvati non è più un libro sulla memoria individuale, quanto sulla costruzione di una memoria collettiva. La concomitanza tra la redazione del libro e la fine dell’attività nelle scuole dipende sicuramente da una pluralità di motivazioni, ma non può non suggerire anche l’idea che un certo modo di interpretare la funzione del testimone, almeno per Primo Levi, fosse arrivato all’esaurimento.

(Primo Levi e la memoria della Shoah, traduzione italiana del saggio di A. Baldini, Primo Levi and the Italian Memory of the Shoah, «Quest», luglio 2014)

  1. Intervista a Lidia Rolfi, a cura di F. Cereja, in Primo Levi: il presente del passato, a cura di A. Cavaglion, Franco Angeli, Milano 1993, p. 224.
  2. P. Levi, I sommersi e i salvati, in Opere, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 1116.
  3. Ivi
  4. Ivi p.1020