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Elogio di Franti

Dal 1886, l’anno della sua pubblicazione, Cuore diventa, oltre che il libro di lettura più diffuso tra i bambini italiani, il manifesto pedagogico a cui s’ispirano generazioni di educatori: insegnanti, genitori, maestri, preti, ecc. Bisognerà aspettare il clima culturale del secondo dopoguerra per poter mettere in discussione il quadro sociale, etico e politico che De Amicis aveva costruito raccontando le vicende scolastiche della terza classe di una scuola elementare torinese.
Umberto Eco (nato ad Alessandria nel 1932), scrittore, filosofo, e uno dei primi intellettuali italiani a interessarsi alla comunicazione di massa, non è stato il primo a criticare la visione politica di De Amicis, ma è stato quello che ha trovato la chiave più efficace: rivalutare il personaggio più abbietto del romanzo, l’unico che sfugge al progetto di integrazione sociale imposto dalla nascente scuola pubblica italiana. Ecco cosa Eco scrive di Franti, nel celebre “elogio” che ne fece in un saggio pubblicato per la prima volta nel 1962:

"Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei Funerali del Re; e Franti rise". Franti sorride di fronte a vecchie inferme, a operai feriti, a madri piangenti, a maestri canuti, Franti lancia sassi contro i vetri della scuola serale e cerca di picchiare Stardi che, poverino, gli ha fatto solo la spia. Franti, se diamo ascolto ad Enrico, ride troppo: il suo ghigno non è normale, il suo sorriso cinico è stereotipo, quasi deformante; chi ride così certo non è contento, oppure ride perché ha una missione. Franti nel cosmo del Cuore rappresenta la Negazione, ma – strano a dirsi – la Negazione assume i modi del Riso. Franti ride perché è cattivo – pensa Enrico – ma di fatto pare cattivo perché ride. Quello che Enrico non si domanda è se la cattiveria di chi ride non sia una forma di virtù, la cui grandezza egli non può capire poiché tutto ciò che è riso e cattiveria in Franti altro non è che negazione di un mondo dominato dal cuore, o meglio ancora di un cuore pensato a immagine del mondo in cui Enrico prospera e si ingrassa. Per questo Enrico deve rifiutare Franti: perché se Franti appare un inadattato al mondo in cui vive e lo coinvolge in un sogghigno epocale (Franti mette tra parentesi qualsiasi fatto che invece coinvolga emotivamente gli altri) l'unico modo di esorcizzare la scepsi negativa di Franti è quello di denunciare Franti come strega. E di non accettarlo a priori […].
Il riso di Franti è qualcosa che distrugge, ed è considerato malvagità solo perché Enrico identifica il Bene all'ordine esistente e in cui si ingrassa. Ma se il Bene è solo ciò che una società riconosce come favorevole, il Male sarà soltanto ciò che si oppone a quanto una società identifica con il Bene, ed il Riso, lo strumento con cui il novatore occulto1 mette in dubbio ciò che una società considera come Bene, apparirà col volto del Male, mentre in realtà il ridente – o il sogghignante – altro non è che il maieuta2 di una diversa società possibile […]. Tale è Franti. Dall'interno idilliaco della terza classe in cui alligna Enrico Bottini, egli irraggia il suo riso distruttore; e chi si aggrappa a ciò che egli distrugge, lo chiama infame [...]. Franti viene troppo presto eliminato di scena perché si possa intravvedere quale reale funzione avrebbe egli svolto in questo quadro: se il comico è l'Ordine che, accettato ed esasperato a bella posta, esplode e si fa Altro, Franti non ha neppure abbozzato il suo compito […].
Ma di lui – e da lui – ci rimane un monito, acché3 la sua infamia sia la nostra virtù. Saremo capaci di ridere, a ciglio asciutto, di nostra madre? Eliminato dal contesto fantastico in cui viveva, Franti è accantonato dal cronista dell'Ordine e della Bontà: ed è supposto finire all'ergastolo, dove appunto si raccolgono i non-integrati. Franti è così rimasto come un abbozzo di Comico possibile: per riuscire egli avrebbe dovuto assumere – ostentando buona fede – i panni di Enrico e scrivere lui stesso il Cuore. Col sogghigno – invece che col singhiozzo – facile. Siccome non ha raccontato, ma è stato raccontato, non ha assunto la funzione di giustiziere comico, ma è rimasto come un'ombra, una tabe4, una falla nel cosmo di Enrico, una presenza inspiegabile e non risolta.

(Umberto Eco, Elogio di Franti, in Diario Minimo, Milano, Mondadori 1963)

La stessa ambivalenza riscontrata nella lingua (asciutta ed efficacissima quando descrive, ridondante e leziosa quando ammaestra) è stata rinfacciata anche alla visione culturale e politica di De Amicis così come traspare non solo dalle pagine di Cuore. Tutti i suoi libri toccano i problemi sociali e culturali più urgenti dell’Italia post-unitaria: la miseria, le disparità tra nord e sud, l’analfabetismo, l’immigrazione, l’inadeguatezza dell’organizzazione e delle strutture scolastiche… E lo fa con uno sguardo che non è quello del semplice narratore: si documenta, viaggia, studia. Ma a interessarlo non sono tanto i problemi sociali che osserva e racconta, bensì gli affetti che essi sanno suscitare: affetti che De Amicis s’incarica di amplificare, quasi che la loro soluzione passasse più dall’empatia che da riforme politiche consapevoli.
La critica di Eco appare oggi per certi versi eccessiva e ingenerosa, non solo nei confronti della visione politica di De Amicis, ma anche nei confronti della sua scrittura. Qualche anno dopo la pubblicazione di Cuore, lo scrittore ligure aderirà anche formalmente al movimento operaio italiano, iscrivendosi al partito socialista. Quello di De Amicis rimarrà fino alla morte, avvenuta nel marzo del 1908, un socialismo paternalista e statalista, che sottopone gli interessi particolari dell’individuo a quelli generali della nazione. Eppure, la simpatia che lo scrittore prova e riesce a far provare, grazie alla sua grandissima abilità narrativa, per gli umili, i proletari, coloro che sono colpiti dalla disgrazia o da un destino ingiusto, è sincera, e ha la forza di alimentare visioni della società anche più aperte e libere di quelle che De Amicis stesso seppe immaginare.
  1. Il novatore occulto: l’innovatore, il rivoluzionario che non sa ancora di esserlo
  2. Maieuta: chi, con le sue opere o le sue parole, fa affiorare alla coscienza una verità (qui figuratamente: chi genera, chi fa nascere col suo esempio una nuova società)
  3. Acché: affinché
  4. Tabe: qualcosa di marcio e malato (qui inteso in senso morale: corruzione), dal latino tabes “putrefazione”.