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La Storia irrompe nella poesia del dopoguerra

Franco Fortini appartiene a quella fitta schiera di lirici novecenteschi che sono stati anche raffinati critici di poesia altrui. Le pagine che proponiamo fanno parte di un lungo saggio, apparso nel 1959 e sollecitato da Elio Vittorini, scrittore e organizzatore culturale di centrale importanza in quel tempo. S’intitola Le poesie italiane di questi anni, e consiste in una rassegna delle principali voci poetiche nazionali, scritta nella fase in cui l’energia del neorealismo pare definitivamente spenta e si avvicina il momento delle nuove avanguardie.

Per il poeta degli anni Trenta, il tempo era cronologico o metafisico; cronologicamente era quello della propria infanzia o giovinezza (il passato) o della maturità e vecchiaia (il futuro) […]; metafisicamente, era «sentimento del tempo», cioè dell’eterno entro la contingenza. La storia era storia dell’anima, cioè non-storia, la sede di eventi «puntiformi» o smisurati. In Saba (che pure è il poeta meno vicino alla ideologia idealistica o spiritualistico-cattolica che ha informata tanta nostra poesia moderna) il tempo entro cui si dispongono le esperienze partecipate è cronologico-biografico, con i suoi riferimenti a casi familiari e sentimentali, nel senso di un romanzesco privato o micro-sociale, mentre gli eventi sovraindividuali − prima guerra mondiale o guerra del «fascista abbietto» e del «tedesco lurco1» − restano sullo sfondo […], interpretate come prove o generiche calamità. In Ungaretti, tempo è categoria metastorica, neppure psicologica, le date tanto puntigliosamente annotate sotto i versi di Allegria alludono, paradossalmente, ad una guerra eterna […]. In Montale, il tempo si curva, come nella nozione di «spazio curvo», in prossimità della «crisi» esistenziale e − salve le intermittenze, d'altronde abbastanza normali, della memoria e della previsione − è coestensivo allo spazio, al quadro «dove fra poco romperai2» […]. In quel suo mondo disertato da esseri umani e attraversato solo da messaggi cifrati, da angeli travestiti da demoni (o inversamente) e da lemuri3 animali, la riduzione degli eventi umani a quelli naturali e della guerra a «bufera» è continua e spontanea […].
Nella poesia più recente, passato, presente e futuro tendono invece a riferirsi a eventi collettivi, su quelli si ordina4 la biografia. Il passato è l'infanzia o la giovinezza ma anche, o più spesso, il tempo del fascismo, della guerra esterna o civile; il presente è la maturità ma è anche tempo di conflitti politici, della restaurazione sociale, del progresso o regresso di una parte o di una causa; il futuro è quello della morte ma anche di una rivoluzione o conciliazione o generale catastrofe. L’evento centrale, a partir dal quale si struttura tutta la poesia del dopoguerra, è l’occasione rivoluzionaria della Resistenza e del primo dopoguerra. Che, in alcuni, si complica del significato ben altrimenti più vasto di eventi quali i campi nazisti, la rivoluzione sovietica o il sopraggiungere dell’età atomica. Quel periodo o momento, quali che fossero le forme in cui si prospettava la trasformazione (rivolgimento politico e istituzionale, resurrezione religiosa o morale eccetera), sta come pietra di salvezza o di intoppo nel sentimento che del tempo ha avuto la maggior parte dei nostri poeti. Commemorarlo, rimpiangerlo, deriderlo, negarlo, esaltarlo, interpretarlo: le biografie si misurano su quello. Ma c'è qualcosa di più: questo inserimento delle biografie in un complesso di eventi ha voluto dire anche inserire il proprio passato e il proprio futuro nel passato o nel futuro di un popolo, o classe o genere umano; non soltanto ripresa, dunque, del senso romantico della storia ma anche della Stimmung1 della Ginestra.

(F. Fortini, Le poesie italiane di questi anni, in F. Fortini, Saggi italiani, secondo volume, Garzanti, Milano )

In questa pagina Fortini spiega com’è cambiato, dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, quello che, riprendendo un titolo di Ungaretti, si può definire il ‘sentimento del tempo’ dei nostri poeti. Nel giro di circa vent’anni i nostri maggiori poeti passano da una concezione del tempo soprattutto metafisica e metastorica a una soprattutto storica. Che cosa significa? Che in autori pur grandi come Saba, o Ungaretti, o Montale, gli eventi storici sembrano stare su uno sfondo indistinto (la guerra, in Montale, è una lontana «bufera»), e il tempo che conta è quello della vita individuale (in Saba, per esempio, la famiglia, l’infanzia; in Montale, gli amori che ne scandiscono la biografia). Tutto cambia con la guerra e, soprattutto, con la Resistenza, «l’evento centrale, a partir dal quale si struttura tutta la poesia del dopoguerra». Ora la Storia entra prepotentemente nella poesia, e i versi non parlano più, in maniera criptica, dell’interiorità di chi li scrive ma, con chiarezza quasi documentaria, del mondo della politica che si apre al di fuori della sfera personale: e questo significa anche, osserva Fortini, voler partecipare attraverso la poesia al «futuro di un popolo, o classe o genere umano»: che è quanto Leopardi aveva inteso fare nella sua ultima grande poesia, La ginestra.
  1. fascista … lurco: sono citazioni da una poesia di Saba sulla Seconda guerra mondiale, Avevo.
  2. il quadro … romperai: è una citazione da una poesia di Montale, Notizie dall’Amiata.
  3. Lemuri: nella mitologia latina erano gli spiriti vaganti dei morti; qui vuol dire ‘fantasmi, ombre’.
  4. Si ordina: si organizza, si plasma.
  5. Stimmung: termine tedesco che significa ‘disposizione di spirito’.