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Buoni a nulla di successo: sui personaggi di Svevo

Giacomo Debenedetti è stato uno dei massimi critici letterari italiani del Novecento. Un altro grande studioso, Gianfranco Contini, disse che Debenedetti era l’unico nostro critico che fosse anche un eccellente scrittore. Di fatto, della sua bravura di narratore ci si può rendere conto leggendo il bellissimo memoriale 16 ottobre 1943, sul rastrellamento degli ebrei romani da parte dei soldati tedeschi. Insieme a un altro triestino, Umberto Saba, Italo Svevo fu uno degli autori più cari a Debenedetti, che scrisse di lui alla fine degli anni Venti, quando il nome di Svevo appena cominciava a circolare nei circoli letterari. Nella pagina che segue, Debenedetti definisce in maniera molto chiara i caratteri salienti dei personaggi sveviani.

1. L’eroe di Svevo non consegue mai una piena maturità d’uomo, che gli coroni il tempo faticoso e ingrato dell’educazione sentimentale. Con i perpetui smacchi e schacchi1 che gli infligge, la vita può bene avergli insegnato qualche cosa, ma di questo insegnamento lui farà tesoro mentale, più che sentimentale. Il suo cervello sa di avere imparato come ci si debba comportare nel mondo; ma queste certezze cerebrali non diventano mai esperienza.
[...] Quindi, nelle sue manifestazioni reali, la vita rimane sempre per lui un indecifrabile e caotico enigma. È l’uomo, e si comporta sempre come un adolescente, e continua a nutrire la confusa fede che il mondo sarà verso di lui benigno e tollerante, come verso gli adolescenti. Non arriva a capacitarsi che ad un certo momento la vita è incominciata: la vita sul serio, che non perdona, e dove si porta la pena dei propri sbagli. Alfonso Nitti, «uomo dai rimpianti amari e dai rimorsi» (cioè tale che il senno del prima gli serve soltanto come senno del poi: a crucciarlo2 di pentimenti) ha degli attimi di resipiscenza3, in merito ai quali Svevo può notare: «Non era la prima volta che egli credeva di uscire dalla puerizia». Ma ci ricadrà, nella puerizia, al prossimo tentativo di azione. Si sono già citati, a proposito dei suoi vagheggiamenti amorosi e progetti di vita intellettuale, i sintomi della sua adolescenza irrimediabile. Emilio Brentani, a sua volta, parla spesso della propria esperienza, ma «ciò che egli credeva di poter chiamare così era qualche cosa che aveva succhiato dai libri» e frattanto «viveva per il futuro». Quanto a Zeno, basterà ricordarne un particolare: non è riuscito, passando dall’una all’altra facoltà universitaria, a prendere una laurea, e questa mentalità di studente, che gli obblighi della scuola esimono ancora da qualunque serio impegno verso la vita, si esprime in quel suo continuo ricordarsi di aver lasciato dei conti aperti con gli studi.

2. C’è in questi personaggi l’impossibilità di diventare, di fronte all’esistenza quotidiana, come gli altri. [...] Sentendosi meno degli altri nei rapporti attivi e sociali, dotati d’altronde di una certa finezza di sentire e nobiltà di giudizio morale, che consentono loro di disapprovare la grossolanità dei più comuni metodi di riuscita, si sono preparati un alibi dove possano credersi più degli altri. In generale, hanno timidamente tentato la strada (e corso l’alea4) della produzione spirituale5: di quella cioè che sfugge a ogni diretto controllo pratico, e dà a chi la coltiva una più o meno dolorosa persuasione di eccellenza. Alfonso Nitti aderisce molto male al suo mestiere di corrispondente di Banca: per concentrarsi nella poca attenzione necessaria a ricopiare una lettera commerciale, ha bisogno di declamarsi la lettera enfaticamente. M quando si trova schiacciato dal paragone con i colleghi, scrive alla madre:
Forse [i colleghi] mi trattano dall’alto in basso perché vado vestito peggio di loro. Sono tutti zerbinotti6 che passano metà della giornata allo specchio. Gente sciocca! Se mi dessero in mano un classico latino lo commenterei tutto, mentre essi non ne sanno il nome.
Evidentemente il classico latino non serve per scrivere lettere di Banca. D’altra parte, per sfuggire alla prostrazione7 che lo coglie tra l’atonia8 della prosaica vita d’ufficio, Alfonso si costruisce tutto un programma di studio che lo mette al disopra del suo mestiere, e si accinge a scrivere un trattato (sempre incompiuto) per rivoluzionare il campo della filosofia morale in Italia. Emilio Brentani invece, come Mario Samigli, ha il suo famoso romanzo che gli concede di considerarsi non un impiegato qual è, né un uomo mediocre quale è nato, bensì un letterato, nientemeno. Per tutti costoro, le speranze nell’avvenire riposano su qualche cosa che trascende i loro limitati poteri.

Un immaturo, un adolescente perenne, un individuo che non sa o non vuole crescere. Questo è il profilo degli ‘eroi’ (in realtà antieroi) sveviani secondo Debenedetti. Uomini (mai donne: le donne hanno sempre ruoli secondari, ancillari) che possono anche essere intelligenti, acuti, ma che sentimentalmente, emotivamente, sono rimasti bloccati al di qua di quella linea immaginaria che separa la giovinezza dall’età adulta. E come reagiscono, i personaggi sveviani, a questo stato di minorità, a questa incapacità di essere come gli altri? Cercando di nobilitarsi come intellettuali, come artisti, raccontando a se stessi di essere a disagio nel mondo solo perché loro sono meglio del mondo che li circonda: “Gente sciocca! – scrive alla madre Alfonso Nitti, il protagonista di Una vita – Se mi dessero in mano un classico latino lo commenterei tutto, mentre essi non ne sanno il nome”. La mamma, il sogno del primo della classe, che non conosce la vita ma sa bene il latino… L’inettitudine, sia in Svevo sia in Pirandello, si accompagna spesso a un eccesso di fiducia nei confronti della cultura libresca, e al non capire che la scuola è finita e, come scrive Debenedetti, “la vita è incominciata”.

  1. smacchi: sconfitte, umiliazioni.
  2. a crucciarlo: a preoccuparlo, angosciarlo.
  3. resipiscenza: ravvedimento, ritorno alla ragione.
  4. alea: rischio.
  5. produzione spirituale: la produzione letteraria, l’arte, l’attività intellettuale.
  6. zerbinotti: giovanotti fatui ed eleganti.
  7. prostrazione: stanchezza, spossatezza.
  8. atonia: stato di abbattimento, debolezza.