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Ungaretti: «Sono una creatura», 1916

Franco Fortini (1917-1994), oltre che uno dei maggiori poeti del secondo Novecento, è stato anche saggista e critico letterario tra i più importanti e autorevoli: al centro dei suoi interessi sono soprattutto i poeti contemporanei (in particolare Sereni, con cui Fortini ebbe anche un intenso dialogo personale), ma anche autori della tradizione (Tasso, per esempio).
Molti dei suoi scritti sulla letteratura del Novecento sono raccolti nella serie dei Saggi italiani (usciti nel 1974), di cui fa parte anche lo scritto su Ungaretti che qui leggiamo. Nel breve saggio, pubblicato originariamente nel 1954, Fortini analizza una delle poesie più famose del Porto sepolto, mettendo in relazione il suo contenuto, cioè la condizione esistenziale del poeta in trincea, con la forma e lo stile dei versi ungarettiani. Ma Fortini, com’è proprio del suo metodo critico militante, non si ferma all’esame oggettivo del testo (per esempio, della metrica), ma si basa su quei dati per esprimere un giudizio di valore: se Ungaretti – scrive Fortini – raggiunge un «drammatico vertice» nell’accostamento delle parole «pietra» e «pianto», gli ultimi tre versi tolgono qualcosa alla poesia.

Ungaretti – 1
Ungaretti: “Sono una creatura”, 1916

Nell’Allegria la contraddizione tra la passività dell’uomo ridotto a cosa e l’energia vitale che non riesce a diventare ragione e coscienza, tende ora a tradursi in opposizione fra lo stato di guerra e la rivolta «involontaria»1 degli uomini che nonostante tutto continuano a sentirsi uomini.
Avviene tra questa e quella posizione uno scambio continuo, con esiti ora felici ora infelici2. Vediamo, ad esempio, Sono una creatura:

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata.

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede.

Il significato letterale di questi versi è che il pianto del poeta, cioè la voce intima del suo dolore di creatura, del dolore esistenziale, è tanto celato e profondo, tanto nascosto e quasi inaccessibile al poeta stesso (così la parola «scavata… come un abisso» che egli trova nel suo «silenzio»3), da poter essere confrontato con la pietra refrattaria4 e disanimata della montagna di guerra. Si badi che il come, in questa poesia, non va inteso come termine introduttivo di una similitudine; il pianto non è una pietra, non è duro o prosciugato come quella pietra, il pianto è evocato accanto alla pietra, ma il vero elemento comune è la loro «invisibilità». La pietra della montagna è un oggetto assoluto, impenetrabile, estraneo, «disanimato» cioè disumanato, incomprensibile (ma anche scoraggiato), come è, appunto, la natura all’uomo alienato; ma come lo è la natura esterna, così lo è anche la natura interna. La soggettività più profonda appare come alterità, come estraneità. L’uomo è estraneo a se stesso, è alienato5. Per questo il pianto profondo, la disperazione profonda è invisibile (il che non si vede non ha funzione relativa, è aggettivo: «come questa pietra è invisibile il mio pianto»).
Qui la struttura metrica risponde perfettamente alla volontà di esprimere quella simultanea impenetrabilità delle cose e dell’io, il timpano delle cesure6 serve a ritmare, come pugni sul sasso (rafforzato dai quattro «così») la constatazione tragica. Il ritmo dei versicoli7 è dato subito dal primo verso, con tre accenti fermi su parole bisillabe (Cóme quésta piétra) e l’accento sulla prima sillaba, nel primo e nel secondo verso (Cóme… dél) fa sì che venga suggerita una lettura lenta e accanita anche dei versi seguenti, quasi sillabando il «così», in «co-sì» (ecce hic). E le parole polisillabe (prosciugata, refrattaria, totalmente, disanimata) vogliono anch’esse un doppio accento e quindi una durata maggiore (pròsciu-gàta, réfrat-tària, tòtal-mènte, disani-màta): si aggiunga l’assenza di forme verbali, ad accentuare la staticità e l’immobilità (l’unico verbo è un presente: «è»). Il drammatico vertice della poesia è nella ripresa «Come questa pietra…» e nel violento accostamento di «pietra» e «pianto» legati da una vaga omofonia, cui succede, clausola e a un tempo constatazione straziante, il che non si vede.
Ma Ungaretti non ha interrotto qui la poesia ed ha voluto aggiungere una affermazione contratta, un proverbio eroico:
La morte
si sconta
vivendo
Cioè: la pacificazione, l’annullamento è un bene che si paga col suo contrario, l’affannosa e tragica esistenza. Ma questa affermazione non ha legame con quanto precede. Appartiene a un altro ordine di immagini. Il salto tra la scoperta emotiva della propria derelizione8 e alienazione e l’affermazione stoica9 dell’ultima frase è un regresso psicologico e quindi anche poetico: il vero motivo di Sono una creatura è la disperazione della simultanea estraneità degli oggetti e della soggettività profonda, non già l’aspirazione al non essere. Ecco perché ci sembra che il proverbio finale, con la sua apparenza impressionante, non solo non aggiunga nulla, ma tolga qualche cosa a questa poesia.
 
Nel brano, Fortini spiega come la poesia del primo Ungaretti (quello della breve raccolta Il porto sepolto, del 1916, confluita con varie modifiche nell’Allegria) sia caratterizzata da una contraddizione: da un lato c’è la rappresentazione dell’uomo come oggetto disanimato, ridotto a cosa (una condizione che si lega all’alienazione della guerra di trincea); dall’altro c’è il sentimento di rivolta, che sorge spontaneo come riaffermazione della natura umana. Secondo Fortini, Ungaretti oscilla continuamente tra i due estremi di questa contraddizione, con risultati più o meno efficaci. Nell’analisi di «Sono una creatura», Fortini mette in evidenza come il tema dell’impenetrabilità riguardi tanto le cose quanto l’io del poeta: di qui il senso dei versi «Come questa pietra / è il mio pianto / che non si vede»; non si tratta di una vera e propria similitudine (non c’è analogia, per Fortini, tra pianto e pietra), ma di un modo per esprimere la simultanietà, la corrispondenza tra dimensione interiore e mondo esterno. Corrispondenza che si estende anche alla forma metrica: cesure, ritmo, misura breve dei versi, tutti elementi che concorrono a suggerire una «lettura lenta e accanita», adatta alla condizione alienante che la poesia illustra.
L’equilibrio tra forma e contenuto raggiunto in questi versi viene alterato, secondo il critico, dai versi finali, «La morte / si sconta / vivendo»: una sentenza che non si lega alle immagini che compongono la parte precedente della poesia.
  1. rivolta «involontaria»: l’espressione allude al passo di un’altra celebre poesia del Porto sepolto, intolata Fratelli: «Nell’aria spasimante / involontaria rivolta / dell’uomo presente alla sua / fragilità». La rivolta è ‘involontaria’ perché, come spiega poco dopo Fortini, non è la conseguenza di una riflessione ideologica o politica ma di un’opposizione spontanea, naturale.
  2. esiti ora felici ora infelici: i risultati poetici di Ungaretti vengono sottoposti al giudizio critico di Fortini, che li valuta in certi casi positivamente (esiti felici), in certi altri negativamente (esiti infelici).
  3. parola «scavata… silenzio»: ancora una citazione dal Porto sepolto, stavolta dai versi di Commiato.
  4. refrattaria: inalterabile.
  5. alienato: estraneo a se stesso e all’ambiente circostante.
  6. timpano delle cesure: la percussione (il timpano è, tra le altre cose, uno strumento simile al tamburo) data dalla perentoria brevità dei versi centrali della poesia, quelli che iniziano con «così…».
  7. versicoli: i versi brevi, di poche sillabe, che caratterizzano lo stile del primo Ungaretti.
  8. derelizione: stato di abbandono e desolazione.
  9. affermazione stoica: che esprime forza d’animo davanti al dolore (l’aggettivo allude alla dottrina filosofica antica dello stoicismo, basata sull’accettazione della sventura e della morte).