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Ciò che è vivo e ciò che è morto di Cuore

Giorgio Pasquali (1885-1952) è stato il più grande filologo classico italiano della prima metà del Novecento. Ma è stato un intellettuale curioso, aperto e capace di forzare, senza tradirli, i confini accademici della sua disciplina. Lo dimostrano le riflessioni, diversissime per approccio e contenuto, che confluirono in Pagine stravaganti, una raccolta di recensioni, articoli e brevi saggi che già il titolo rivela come devianti rispetto alla sua principale attività di filologo. Ecco perché, accanto a quelle riservate a Orazio, Virgilio e Dante, troviamo anche alcune freschissime pagine dedicate a Cuore. Pasquali, sessantaduenne, ha avuto l’occasione di rileggere il libro insieme al nipotino Carlo, di 8 anni; ecco le sue impressioni:

II libro di De Amicis confessatamente si divide in tre serie alternate, distinte anche per diversità di caratteri tipografici: vicende di una classe terza (secondo la numerazione odierna, quarta) di una scuola elementare (allora pare si dicesse «sezione») di Torino durante l’anno scolastico 1881-'82, narrate da un alunno a guisa dì diario, in caratteri ordinati; i racconti dettati mensilmente dal maestro, in corpo maggiore; lettere dei genitori e della sorella maggiore allo storico medesimo (e insieme autobiografo), Enrico, in corsivo. Ora Carlo ha fin dal primo mese seguito con partecipazione la storia, si è entusiasmato per i racconti, ma ha respinto, si può dire a limine1, le lettere della famiglia, tanto le ha respinte che da un certo punto in poi, nonostante certa resistenza mia, timida e contro coscienza, le ha regolarmente saltate. Già gli sembrava, egli diceva stupida, noi diremmo forse libresca, che significa lo stesso, quella invenzione che genitori e sorella facessero trovare al ragazzo, col quale abitavano insieme, letterine invece di sbrigare tutto a voce. E poi tutto quel dolciume e dolciastrume e zuccherume! Carlino sa per esperienza che, se manca di rispetto alla mamma, e poco importa se in presenza di estranei («della maestra di tuo fratello») o a quattrocchi, si busca lì per lì uno schiaffone, al quale seguiranno forse, dopo qualche tempo, parole della mamma stessa, serene insieme e tenere, che troveranno la via del suo cuore; ma sa anche che la mamma si sdegnerà sì ma non si contristerà, e mangerà di buonissimo appetito e dormirà la notte tranquilla come il solito. Sa anche che le sue parole irriverenti, se eccezionalmente saranno riportate al babbo, non «entreranno nel suo cuore come una punta di acciaio», ma gli frutteranno un'altra sgridata, forse qualche altro ceffone, in certi casi la privazione del settimanale cinematografo. E Carlino trovò subito stonato che la sorella maggiore, ricevuto uno sgarbo dal fratello, messo di malumore da un rimprovero del padre, gli rinfacci che, quando egli era piccino, essa gli stava per ore e ore accanto alla culla invece di divertirsi con le sue compagne, e che, quando era malato, ella scendeva dal letto ogni notte per sentire se gli bruciava la fronte: tutti atti naturali e quasi necessari, che perdono di valore quando uno se ne vanti. E la formula scritta del ragazzo, ravvedutosi d'un tratto: «non sono degno di baciarti le mani», lo fa ridere, lui; a me quel pezzo di eloquenza sentimentale sembra addirittura un'immoralità […].
E gli davo poi francamente ragione quando si riscaldava per i racconti del maestro. Egli si faceva trasportare di più da quelli che presentavano casi di eroismo militare, di coraggio, se si può dire, fisico, per quel medesimo complesso di sentimenti per i quali il ragazzo maschio preferisce giocare alla guerra e magari ai banditi; a noi grandi piaccion più altri che ci insegnano sopportazione più che umana e sacrificio dì sé [...]. Ma grande e piccino eravamo d’accordo nell’ammirare l’ultimo e più esteso dei racconti, Dagli Appennini alle Ande.

(Giorgio Pasquali, Pagine stravaganti, Sansoni, Firenze 1968)

Anche a noi oggi, come a Carlo, molte pagine di Cuore fanno ridere (per l’eccessivo sentimentalismo) o irritano (per il loro moralismo ricattatorio). Eppure il romanzo di De Amicis è stato il libro di lettura per generazioni di italiani. Più di ogni altro prodotto culturale ha contribuito a formare le opinioni, se non la morale, dei ragazzini italiani, dei loro insegnanti, dei loro genitori almeno fino alla Seconda guerra mondiale.
Nelle pagine che dedica a De Amicis, Pasquali esplora, con leggerezza, questa apparente contraddizione. Rileggendo Cuore insieme al nipote ne annota le reazioni e ne riferisce i giudizi, che coincidono, nella sostanza, con i suoi: nonno e nipote seguono con interesse la storia principale; trovano invece sciocche, manierate, insopportabilmente dolciastre le lettere che i genitori e la sorella scrivono a Enrico; e si appassionano ai racconti mensili dettati dal maestro, soprattutto all’ultimo, Dagli Appennini alle Ande.
Insomma, Cuore è un libro che contiene più libri, ognuno dei quali possiede caratteristiche diverse. E contiene almeno due De Amicis, uno che si lascia andare al piacere del racconto e uno che cerca di educare. Tanto è sobrio, efficace, capace di appassionare alle vicende dei suoi personaggi il primo, quanto è ridondante, moralistico, ricattatorio il secondo. Quale dei due avrà influenzato di più il carattere degli italiani?
  1. a limine: sin dapprincipio.