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Distanza e prossimità di Verga

Nel suo saggio Naturalismo e verismo, Pierluigi Pellini cerca di chiarire che cosa avvicini e che cosa distingua queste due correnti letterarie di fine Ottocento. Nel brano che segue Pellini riflette su I Malavoglia, e mette in rilievo un’apparente contraddizione: è un romanzo che secondo il suo autore nasce dall’osservazione ‘dal vero’ (si ricordi l’immagine del microscopio con cui lo scrittore-scienziato analizza le «piccole vite» dei paesani di Aci Trezza, imma-gine che Verga adopera in Fantasticheria), ma in realtà viene scritto da lontano, perché Verga vive a Milano ormai da parecchi anni. Inoltre, è un romanzo che nasce sotto l’influenza della teoria naturalista dell’impersonalità, teoria che vuole che il narratore osservi le cose in maniera asettica, astenendosi dal giudizio; ma davvero Verga riesce a mantenere questa distanza nei confronti dei suoi personaggi? Davvero dalle pagine dello scrittore-scienziato non traspare la sua pietà per il mondo dei «vinti» che si è lasciato alle spalle?

Quello dei Malavoglia è un mondo visto «da lontano». Nel senso che la distanza spaziale e temporale (lo scrittore è a Milano e parla della Sicilia basandosi innanzitutto sui suoi ricordi giovanili) favorisce una residua, disperata idealizzazione di un universo tradizionale e autentico ormai irrecuperabile per-ché travolto dal progresso [...].
L'impersonalità richiede distacco [...]: il romanzo non si deve costruire come montaggio «alla meglio» di spezzoni di realtà registrati in presa diretta, di tranches de vie1 osservate nella loro casuale quotidianità; quella che presiede alla nascita dei Malavoglia è un'operazione intellettuale, che richiede una «distanza» critica, un'elaborazione logica e ideologica non condizionata dalla diretta os-servazione della realtà [...].
Il «vero» cui tendono I Malavoglia non è quello contingente dei fatti di cronaca – quei fatti diversi2 che pure, con calco evidente dal francese di Zola, lo scrittore difende nella dedicatoria dell’Amante di Gramigna3. È frutto di una «ri-costruzione intellettuale», ottenuta sostituendo «la nostra mente ai nostri occhi». È dall’«angolo visuale» offerto dalla constatazione dell’inarrestabile progresso industriale, immerso nell’«attività di una città come Milano o Firenze», che Verga riesamina e giudica l’esistenza dei pescatori di Trezza, come precisa la [...] lettera a Capuana del 14 marzo 1879 [...].
C'è tuttavia un'implicita contraddizione, in Verga, fra la «lontananza» dell'artista teorizzata nella lettera a Capuana e la solidarietà che nella Prefazione ai Malavoglia si istituisce fra i personaggi «vinti» e il narratore, «travolto anch'esso dalla fiumana» del progresso. Lo scrittore giudica «il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l’umanità per raggiungere la conquista del progresso» senz'altro «grandioso nel suo risultato, visto nell'insieme, da lontano». Qui, il superiore distacco di un’ottica evoluzionista, che osserva gli eventi ancora una volta «da lontano», sembra avallare4 il mito del progresso e della sua positività provvidenziale, ammantata di una «luce gloriosa».
Ma l'interesse dell'osservatore si distoglie immediatamente dalle magnifiche sorti dell'umanità, per chinarsi sui «deboli che restano per via», come lui sconfitti nella lotta per la vita. La distanza impersonale, per un attimo, si rovescia in solidarietà umana, in vicinanza sentimentale. E infatti in un’altra Prefazione scritta per I Malavoglia e rimasta nel cassetto5, Verga si chiede: «Ma visto davvicino il grottesco di quei visi anelanti, non deve essere eminentemente artistico per un osservatore?». Uno slittamento concettuale analogo6 si ritrova in due righe di Fantasticheria: «per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l'orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori». Immedesimazione romantica («farci piccini anche noi») e distacco scientifico («guardare col microscopio») sono in contrasto stridente, per quanto dissimulato dalla coordinazione («e»: quasi un lapsus): lo scrittore è in realtà di fronte a un aut aut 7 – se riesce a farsi piccino non avrà più bisogno del microscopio.
L'ottica «da lontano» si capovolge, nella Prefazione ai Malavoglia, in adesione8 commossa. Per trasmutarsi subito in smascheramento ideologico di quei miti che pure, poche righe sopra, lo scrittore sembrava condividere (e da cui in ogni caso ha preso le mosse): perché «i vincitori d'oggi, affrettati anch'essi, avidi anch’essi d’arrivare, saranno sorpassati domani»; e dunque il sacrificio dei «vinti» non contribuisce alla felicità delle generazioni future: non è che un episodio marginale di una vicenda crudele e insensata. Tutti i vincitori sono destinati a trasformarsi in vinti: sarà questa la sorte emblematica di Gesualdo Motta, del parvenu9 fortunato [...], sconfitto da una scalata sociale che frutta umiliazione in luogo di felicità. Ma già nella Prefazione ai Malavoglia la linearità del progresso è smentita: lo scrittore teorizza una ripetizione immutabile, un’alternanza meccanica che ricorda l’immagine circolare della ruota della fortuna più di quella evolutiva del progresso borghese.

(Da Naturalismo e verismo, Firenze, La Nuova Italia 1998)

Pellini osserva che, al di là delle dichiarazioni di poetica (lo «studio dal vero», l'importanza dell'osservazione diretta delle cose), il romanzo di Verga è un romanzo nato nella distanza: Verga scrive basandosi sui ricordi, non su un’esperienza di prima mano dei luoghi e dei personaggi che racconta (si può aggiungere, a conferma, che anche la sua conoscenza dei proverbi siciliani che costellano I Malavoglia è indiretta: vengono quasi tutti, infatti, da una raccolta procuratagli dall'amico Capuana). Questa distanza è strategica, ed è una delle ragioni della riuscita dei Malavoglia: perché dà a Verga la lucidità necessaria per criticare, guardandolo da una prospettiva più ampia, il «cammino faticoso e fatale» che si chiama Progresso, e che segna la catastrofe del mondo dei Malavoglia; e perché fa sì che il romanzo non si trasformi in un coacervo di aneddoti presi di peso dalla realtà: stare troppo vicino al mondo dei pescatori di Aci Trezza avrebbe fatto diventare I Malavoglia una cronaca, o un reportage come quelli che in quegli stessi anni si cominciavano a scrivere sul Mezzogiorno d’Italia, ma non un romanzo.
D’altra parte, però, secondo Pellini, questa ‘distanza critica’ si unisce a una specie di prossimità sentimentale tra l'autore e i suoi personaggi. I «vinti» dei romanzi di Verga sono destinati a essere travolti dalla «fiumana del progresso»: anche chi oggi appare vincitore, come mastro-don Gesualdo, domani verrà a sua volta sconfitto. E questa sconfitta provoca l’«adesione sentimentale» di Verga: non più, quindi, il distaccato narratore naturalista che osserva le cose col microscopio, come uno scienziato, ma il siciliano in esilio al nord, che guarda con partecipazione e con pena il destino dei suoi compaesani. Verga, insomma, osserva i suoi personaggi da lontano, ma non può fare a meno di sentirli molto vicini a sé, e di addolorarsi per loro.
  1. tranches de vie: espressione francese che significa ‘pezzi di vita’, e che si usa per definire un episodio, una vicenda tratta dalla vita vissuta e riprodotta dallo scrittore con grande realismo.
  2. fatti diversi: calco dell’espressione francese faits divers, che indica i ‘fatti di cronaca’, quelli che riempiono le pagine dei giornali.
  3. dedicatoria ... Gramigna: la lettera di dedica all’amico Salvatore Farina che introduce la novella di Verga L’amante di Gramigna (in Vita dei campi, 1880).
  4. avallare: riconoscere vera, confermare.
  5. rimasta nel cassetto: cioè mai pubblicata.
  6. slittamento concettuale analogo: cioè una contraddizione tra il desiderio di osservazione distaccata dei fatti e degli eventi narrati e la tentazione di avvi-cinarsi, invece, di immedesimarsi sentimentalmente al mondo dei pescatori de-scritto nei Malavoglia e in Fantasticheria.
  7. aut aut: alternativa secca (in latino aut è la congiunzione o: o questo o quello).
  8. adesione: partecipazione.
  9. parvenu: termine francese (alla lettera “pervenuto”) che si può tradurre con ‘arricchito’.