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Montale e l’estensione del vocabolario lirico

Luigi Blasucci (1924), studioso di Dante, Ariosto, Leopardi e Montale, è in Italia uno dei maggiori esponenti della critica stilistica. Questa consiste in uno studio dei testi particolarmente attento alla lingua, al metro, alla forma; nel metodo di Blasucci, però, lo stile è sempre considerato in rapporto alla storia letteraria: in questa prospettiva, assume molta importanza il confronto tra autori di epoche o generazioni diverse, che permette di notare sia la presenza di costanti (come certi elementi lessicali o retorici che ritornano da un autore all’altro), sia gli elementi di novità, che possono riguardare per esempio la misura di versi o strofe e le parole. È questo il caso di Montale, di cui si parla nel brano: Blasucci osserva infatti come il poeta adotti spesso vocaboli che corrispondono a oggetti concreti, di uso quotidiano, che fanno parte della realtà “tecnologica” del suo tempo.

Montale, insomma, non si perita1 di aderire al presente storico degli oggetti, non si chiude in una loro elementarità senza tempo (l'utensileria domestico-rurale2 del Pascoli, non meno fissa, in fondo, delle piante e degli animali).
Un'avvisaglia in tal senso se ne aveva negli ultimi Ossi: per esempio nel fischio del rimorchiatore di Delta o nel ricordato acetilene di Arsenio. Ma questo atteggiamento evocativo, e quindi linguistico1, ha nelle Occasioni e nella Bufera degli sviluppi imponenti. Grazie ad esso la poesia di Montale riesce a aderire alla realtà oggettuale, soprattutto meccanica e tecnologica: non quella avanguardistica e frenetica dei futuristi, ma quella anonima e trita4 che popola la quotidianità dell'uomo novecentesco. Ed ecco allora i megafoni, gli autocarri, i riflettori (Buffalo), le lancette dell'orologio da polso (Carnevale di Gerti), il palpito dei motori (Dora Markus II), la funicolare (Il fiore che ripete...), la petroliera (La casa dei doganieri), il disco che stride nel cortile (Sotto la pioggia), il trapano che incide il cuore della roccia (Punta del Mesco), il gasista5 che pedala (Costa San Giorgio), eccetera.
Istruttivo può essere a questo proposito un confronto tra il mottetto Addii, fischi nel buio... e la «barbara» carducciana6 Alla stazione in una mattina d'autunno, dove il poeta ottocentesco compie il suo massimo sforzo di classicista nella direzione della modernità tecnologica (la stazione ferroviaria, il treno). Ne consegue un'operazione linguistica non priva di sagacia7, dove la realtà meccanica è resa solo una volta con un appropriato neologismo (vaporiera); nel resto, parte per via di perifrasi (come nella tradizione pariniana8: «il mostro conscio9 di sua metallica anima», i «carri foschi», «l'ultimo appello»), parte con vocaboli non ignoti, alla tradizione ma leggermente spostati nel senso (tessera per biglietto ferroviario, guardia per bigliettaio, convoglio per treno, vigili per operai addetti ai congegni, sportelli per porte dei vagoni). Nel mottetto montaliano, dove la situazione dell'addio alla stazione è ridotta all'osso (due rapidi flahes: suoni e rumori della partenza, treno in movimento), nessun compromesso linguistico: «fischi nel buio» (quelli del capostazione), «sportelli abbassati» (dei finestrini), «corridoi», «fioca litania del tuo rapido» (tecnicismo ferroviario che qualifica il tipo di treno, come altrove «diretto» e «accelerato»). Vi si aggiunga, a completare il quadro di una forte contemporaneità linguistica, l'accenno all'«orrida e fedele cadenza di carioca», con riferimento a un ballo brasiliano venuto di moda in Italia negli anni Trenta.
Non è solo una questione di disinvoltura lessicale: è che la poesia montaliana si nutre effettivamente di cose del nostro quotidiano tecnologico, come quella pascoliana di cose del quotidiano rurale. Prendiamo ad esempio il mottetto Il ramarro, se scocca... dove il poeta elenca una serie di oggetti legati a situazioni attimali10, per concludere che essi non possono uguagliare il lampo divino delle apparizioni della donna. Orbene, i primi due oggetti sono prelevati rispettivamente dal mondo naturale (il ramarro di dantesca. memoria: Inf., XXV, vv. 79-81) e dal mondo nautico (la vela che scompare alla vista): e fin qui siamo ancora nell'imagery senza tempo degli Ossi; gli altri due oggetti sono ricavati invece dal quotidiano tecnologico e cittadino: lo sparo del cannone di mezzodì, lo scatto senza rumore del cronometro. Leggiamo il testo:

Il ramarro, se scocca
sotto la grande fersa
dalle stoppie –

la vela, quando fiotta
e s'inabissa al salto
della rocca –

il cannone di mezzodì
più fioco del tuo cuore
e il cronometro se
scatta senza rumore –

……………………

È questo il dono della poesia montaliana all'uomo novecentesco: il riscatto del suo quotidiano oggettuale, considerato poeticamente irredimibile11.

(Storia della lingua e critica letteraria (Per una diacronia dell’oggetto poetico di Montale), in Idem, Gli oggetti di Montale, Bologna, il Mulino, 2002, pp. 61-63).

In questo brano, Blasucci mette in evidenza una delle maggiori innovazioni che Montale ha introdotto nella poesia del Novecento: l’estensione del vocabolario lirico agli oggetti della modernità tecnologica e meccanica. Montale non è il primo poeta italiano che presta attenzione alla realtà materiale del proprio tempo, ma è il primo che chiama quella realtà con il suo nome, senza per questo ricercare effetti comici o antilirici (come i crepuscolari) o voler rompere con la tradizione (come le avanguardie storiche). La poesia di Montale resta pienamente lirica e aderisce alla tradizione sia per alcune scelte formali (la prevalenza dell’endecasillabo per esempio) sia per le situazioni (come la distanza dall’amata); quello in cui si distacca dalla norma è proprio il lessico. La lingua della poesia lirica italiana, da Petrarca in poi, è stata prevalentemente selettiva, perché ha ammesso l’uso di un numero relativamente limitato di vocaboli, escludendo la maggior parte di quelli riferiti al mondo esterno, agli usi quotidiani delle persone comuni. Nelle poesie montaliane, invece, quella dimensione quotidiana viene, come dice Blasucci, riscattata. Senza ironia, ma come materia seria e costitutiva della nostra esistenza. Un riscatto che non è puramente stilistico, formale; l’importanza di Montale nella storia della letteratura consiste soprattutto nell’aver reso percepibili e chiaramente nominabili lo spazio fisico che abitiamo e le cose intorno alle quali costruiamo la nostra memoria personale e il senso delle nostre esperienze.
  1. Non si perita: non esita, non ha timore.
  2. utensileria domestico-rurale: insieme degli oggetti d’uso nelle case, specialmente di campagna (il contesto, cioè, privilegiato nella poesia di Pascoli).
  3. atteggiamento evocativo… linguistico: l’evocazione della realtà nei versi di Montale è possibile attraverso la lingua, cioè per mezzo dei vocaboli che definiscono con precisione proprio quella realtà.
  4. non quella avanguardistica … trita: gli oggetti tecnologici presenti nella poesia di Montale non sono macchine da corsa, aeroplani, macchinari da guerra, gli strumenti cioè attraverso cui i futuristi esprimevano il mito della velocità e dell’energia aggressiva. Sono piuttosto oggetti d’uso, molto comuni (‘triti’): orologi, dischi, trapani e tutti gli altri ricordati nel brano.
  5. gasista: è una figura che oggi non esiste più (anche se apparteneva alla modernità tecnologica all’epoca di Montale); il suo lavoro consisteva nell’accendere i lampioni a gas per le strade urbane.
  6. «barbara» carducciana: è la poesia subito dopo citata (Alla stazione in una mattina d’autunno), che fa parte delle Odi barbare di Carducci. Per l’ambientazione ‘ferroviaria’ e per la situazione sentimentale (il congedo dall’amata) è stata accostata al mottetto “Addii, fischi, nel buio…” di Montale, che a Carducci si è probabilmente ispirato.
  7. Sagacia: abilità e originalità
  8. perifrasi… pariniana: anche nei versi settecenteschi di Giuseppe Parini sono spesso presenti riferimenti a oggetti e abitudini contemporanei; ma il più delle volte Parini (e, come lui, più tardi anche Carducci) non usa il termine preciso per definire la cosa, perché quel vocabolo non fa parte del lessico poetico autorizzato dalla tradizione. Ricorre perciò a delle perifrasi (giri di parole) che rendono più vaga l’espressione del senso (anche con fini ironici, per esempio per imitazione dello stile epico).
  9. «il mostro conscio… » : questa e le successive immagini sono tratte dall’ode barbara di Carducci (Blasucci cita queste espressioni per fare un confronto con l’uso moderno e diretto del ‘vocabolario’ tecnologico da parte di Montale).
  10. Situazioni attimali: situazioni che si consumano nello spazio di un attimo; si tratta cioè di percezioni fulminee di un fenomeno (il volo di un uccello, un lampo, un suono), o di illuminazioni istantanee della memoria e della coscienza: in questo consistono per lo più le ‘occasioni’ a cui Montale ha intitolato la sua seconda raccolta.
  11. Il riscatto… irredimibile: prima di Montale, gli oggetti della realtà quotidiana di un uomo contemporaneo erano ritenuti inadatti alla poesia, inconciliabili con i registri tradizionali della lirica. Montale invece riscatta poeticamente quegli oggetti nominandoli, facendoli entrare nello spazio della lirica: in questo modo, rappresenta anche i tratti della quotidianità ‘trita’ dell’uomo comune, fino ad allora ‘irredimibile’ (cioè senza riscatto, perché esclusa dal repertorio della poesia).