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I personaggi

La Commedia brulica di personaggi: decine, centinaia di nomi che si accumulano canto dopo canto, ciascuno distinto da una propria personalità e da una propria storia. Dante non parla con tutti: non sarebbe possibile. Per la gran parte, i personaggi sono semplicemente visti e nominati.

Per esempio (Inferno IV, vv. 121-126):

I’ vidi Elettra con molti compagni,
tra’ quai conobbi Ettòr ed Enea,

Cesare armato con li occhi grifagni.
Vidi Cammilla e la Pantasilea:
da l’altra parte vidi ’l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea
.

Nella Commedia si trovano spesso questi cataloghi di nomi (così come si trovano nei poemi omerici e nell’Eneide di Virgilio, dalla quale Dante impara molti trucchi di tecnica narrativa). Talvolta, Dante non vede i personaggi ma apprende i loro nomi dalla bocca dei defunti che incontra sulla sua strada: in Inferno XXXIII (vv. 136-144), per esempio, Dante apprende da frate Alberigo che fra i traditori dannati c’è anche Branca Doria, che in scena non compare. Con una piccola parte dei personaggi che vede o sente nominare, Dante ha un colloquio, che può durare pochi versi oppure buona parte di un canto: le figure più memorabili del poema (Francesca, Farinata, Ulisse, Ugolino, Manfredi, Cacciaguida, per citarne solo alcune) sono appunto figure alle quali Dante autore concede varie decine di versi per dar loro modo di raccontare distesamente la loro storia.

Chi sono i personaggi che Dante incontra nel suo viaggio?

In primo luogo, sono uomini e donne di cui Dante aveva letto nei poemi antichi, soprattutto nell’Eneide di Virgilio e nelle Metamorfosi di Ovidio: dell’Eneide Dante riprende, facendoli rivivere nei vari cerchi infernali, personaggi come Didone (la regina fenicia che s’innamora di Enea), o come Sinone (colui che persuade i Troiani a far entrare tra le mura della città il cavallo di legno all’interno del quale sono nascosti i soldati greci); dalle Metamorfosi ovidiane prende invece personaggi come Tiresia o come il Minotauro. Ma non ci sono solo i personaggi della letteratura antica: nel canto V dell’Inferno Dante vede Tristano, e Tristano era uno degli eroi del ciclo bretone, la cui storia era stata raccontata dai poeti Béroul e Thomas circa un secolo prima che Dante nascesse. Vale a dire che, così come mescola figure tratte dalla storia e figure tratte dalla letteratura, allo stesso modo Dante fa agire sulla medesima scena personaggi romanzeschi che provengono dalle tradizioni più disparate.
In secondo luogo, sono personaggi che Dante trovava nell’Antico e nel Nuovo Testamento, come Nembrot, il costruttore della Torre di Babele, o Caifa, il giudice che condannò Gesù. Ciò che è importante tenere presente è che per Dante anche i personaggi dell’Eneide o della Bibbia sono personaggi storicamente esistiti. Per lui, Enea ha vissuto davvero, e anche tutti gli altri personaggi “letterari” sopracitati. Dante non distingue cioè tra storia e fiction tanto nettamente quanto facciamo noi oggi, ovvero legge alla stregua di resoconti storici quelle che noi leggiamo invece come invenzioni fantastiche. 
In terzo luogo, Dante incontra personaggi che appartengono alla storia antica o medievale, e di cui ha letto nei libri degli storici latini e medievali, come Cleopatra, regina d’Egitto (canto V dell’Inferno), o come l’imperatore Traiano (canto XX del Paradiso), o come l’imperatore Giustiniano (canto VI del Paradiso).
In quarto luogo, Dante incontra persone che hanno vissuto poco prima di lui, persone che a volte lui ha addirittura visto, conosciuto sulla terra, come – nel canto X dell’Inferno – il capo dei ghibellini fiorentini Farinata degli Uberti (morto un anno prima che Dante nascesse) e il padre del suo amico Guido Cavalcanti, o come i poeti del suo tempo (il trovatore Sordello, il trovatore Arnaut Daniel, il lucchese Bonagiunta, il bolognese Guido Guinizelli).
In quinto luogo, nella Commedia ci sono figure chiaramente simboliche: Caronte, i Centauri, il mostro Gerione. Più che dei personaggi, sono delle funzioni: il primo traghetta le anime, i secondi sorvegliano le anime dei violenti immerse nel Flegetonte, il terzo trasporta Dante e Virgilio in Malebolge. Anche in questo caso, Dante s’ispira alla mitologia classica. Nel sesto libro dell’Eneide, per esempio, troviamo il nocchiero infernale Caronte che traghetta sul fiume Acheronte le anime dei defunti; e nello stesso libro (vv. 285-289) troviamo altri mostri che faranno la loro comparsa anche nell’inferno immaginato da Dante: i Centauri, le Arpie, Medusa. Dante ha dovuto inventarsi un mondo sotterraneo pieno di sofferenze, angosce, torture, e – per così dire – come carburante per la sua fantasia ha usato situazioni e personaggi di cui aveva letto nei poemi latini: non solo in Virgilio ma anche in Ovidio e in Lucano.

I personaggi-persona

A parte queste figure simboliche, tutti i personaggi del poema sono, ripetiamo, personaggi storici, e hanno tutti un’identità definita. Dante avrebbe potuto adoperare, anziché dei nomi, delle etichette, e parlare con un avaro, con un lussurioso. È quello che succede nelle novelle, nelle prediche, negli exempla, e insomma in ogni sorta di discorso morale: si generalizza, non si specifica, perché specificare non è importante, perché quello che conta non è il racconto ma la morale del racconto. Ma è anche quello che succede, per esempio, nei romanzi di Chrétien de Troyes (1135 ca.-1190 ca.), dove «Non sono rari i personaggi che entrano e escono dalla vicenda indicati in modo generico, come “un valvassore”, “un cavaliere”, “una fanciulla” […]: indeterminatezza che può contribuire all’atmosfera arcana in cui quei romanzi per molta parte respirano» (S. Pellegrini, Varietà romanze, Adriatica, Bari 1977).
Dante fa il contrario: specifica, non generalizza, e dà un nome, un’identità e una storia a tutti i personaggi con cui entra in rapporto. Questo vale anche per qui casi in cui questa identità non viene rivelata con chiarezza al lettore. Un dannato, leggiamo in Inferno III (vv. 59-60), «fece per viltà il gran rifiuto»; un altro, leggiamo in Inferno XIII (v. 151), dice di aver fatto «gibetto a me delle mie case». È tutto ciò che sappiamo di loro, il testo non dice altro, e ci lascia nel dubbio. Chi sono questi uomini? Forse (primo caso) si tratta di papa Celestino V, che rinunciò alla carica di pontefice dopo soli quattro mesi dalla sua elezione (ma potrebbe anche trattarsi di Ponzio Pilato); forse si tratta di Rocco de’ Mozzi, uno scialacquatore che s’impiccò in casa propria (ma potrebbe anche trattarsi di un altro fiorentino, Lotto degli Agli). Quel che è certo è che sono entrambe figure individuate, gente che per Dante aveva un volto e un nome, anche se per noi la loro identificazione rimane incerta.