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Petrarca nel tempo

Esiste una poesia prima di Petrarca e una poesia dopo Petrarca: nessun altro autore ha avuto, su questo genere, un’influenza tanto profonda e tanto duratura.
Prima ancora che un fatto di qualità, è un fatto di quantità. Esistono centinaia di manoscritti del Quattrocento e del Cinquecento che contengono poesia lirica. Ebbene, la gran parte di essi contiene anche testi tratti dal Canzoniere di Petrarca. Per secoli, il Petrarca lirico è molto più letto di Dante e degli stilnovisti; per secoli, le sue poesie circolano molto più largamente delle loro, anche fuori d’Italia. Lo stesso successo Petrarca lo riscuote tra i tipografi: nel Quattrocento si stampano 34 edizioni dei Trionfi, 12 dei Trionfi e del Canzoniere insieme, 12 del solo Canzoniere. E nel Cinquecento i numeri crescono ulteriormente, e si moltiplicano le iniziative editoriali che testimoniano della sterminata fortuna del poeta: letture e commenti alla sua opera (una prassi che era già iniziata nel tardo Quattrocento con Cristoforo Landino e Francesco Filelfo), ma anche biografie (come la Vita del Petrarca di Ludovico Beccadelli).
Inoltre, le poesie del Canzoniere vengono adoperate come spunti per riscritture e per parodie, o per strane invenzioni “romanzesche”. Per esempio, nel 1536, Girolamo Malipiero scrive un Petrarca spirituale nel quale i testi del Canzoniere vengono moralizzati mettendo, al posto di Laura, la Vergine Maria. E, sempre per esempio, nel 1552 esce un libro dal titolo I sonetti, le canzoni et i Triomphi di Madonna Laura, nel quale a prendere la parola – “riscrivendo” dalla sua prospettiva i testi petrarcheschi – è la stessa Laura. Insomma, Francesco e Laura cessano di essere un uomo e una donna in carne e ossa e diventano dei personaggi.
Nel corso del Cinquecento, infine, si raccolgono e si mettono in salvo i pochi autografi residui di Petrarca. Alla morte del poeta, infatti, molti dei suoi libri e delle sue carte erano finiti tra le mani del letterato padovano Lombardo della Seta. Poi le carte erano andate disperse durante il sacco di Padova del 1509; ritrovate in piccola parte (una ventina di carte in tutto), passarono a Pietro Bembo (1470-1547), e da lui – attraverso altri passaggi – alla Biblioteca Apostolica Vaticana, dove sono tuttora conservate (si tratta del manoscritto Vaticano latino 3196).
Questo basti, in estrema sintesi, per quanto riguarda la fortuna “esterna” del Petrarca lirico, per quanto riguarda la sua presenza sugli scrittoi dei letterati tra Quattrocento e Cinquecento. Ma in che modo si è manifestata la sua influenza sugli altri poeti, in che senso si è potuto parlare, per la poesia italiana e poi europea del quindicesimo e sedicesimo secolo, di petrarchismo?

Il petrarchismo

Rivediamo in sintesi le caratteristiche salienti del Petrarca lirico.
Il poeta:

  • raccoglie in un libro i suoi testi lirici, un libro che ha un ordine grosso modo cronologico, che racconta una storia, quella della vita e dell’amore di Francesco;
  • pone al centro di quest’opera, oltre a pensieri e sentimenti, una donna che viene nominata e descritta: Laura;
  • mette insieme, nel libro, senza separarli, testi che appartengono a generi metrici differenti: sonetti, canzoni, ballate, madrigali, sestine;
  • apre il libro con un sonetto in cui dichiara il pentimento dell’autore maturo per gli “errori amorosi” della gioventù; e in generale buona parte dei testi potrebbero essere definiti “retrospettivi”, in quanto l’autore non parla del proprio amore al presente ma lo ricorda, e ricordandolo lo mette in prospettiva, lo usa come occasione per riflessioni di carattere morale;
  • divide l’opera in due parti, una che racconta soprattutto l’amore per Laura, e il ricordo di quell’amore, e l’altra che racconta la vita e lo stato d’animo di Petrarca dopo la morte di Laura, il suo pentimento per i tanti anni spesi in quello che il primo sonetto chiama errore: l’amore per una creatura terrena;
  • impiega, nel Canzoniere, un linguaggio selezionato, aulico, ben distinto non solo dal linguaggio della comunicazione quotidiana ma anche da quello, più vario, più disponibile alle contaminazioni, della poesia pre-petrarchesca.
  • Ebbene, tutti questi aspetti del Canzoniere di Petrarca condizioneranno i poeti che vivranno dopo di lui. Chiamiamo “petrarchisti” i poeti che ricalcheranno più fedelmente il suo modello, nel Quattrocento e nel Cinquecento, ma Petrarca resterà l’autore cruciale, il termine di confronto necessario per quasi tutti i poeti italiani (e anche per molti europei), si può dire fino al pieno Novecento. 

Torniamo un po’ più diffusamente sui punti enunciati sopra.

Il Canzoniere come modello

Dante aveva scritto la Vita nova, un libro di poesie d’amore dedicate a una donna (Beatrice) che a un certo punto del racconto muore: per questo aspetto, dunque, la Vita nova anticipa il Canzoniere. Ma la Vita nova è anche un testo in prosa, e soprattutto narra soltanto una parte della vita di Dante: la sua giovinezza. Petrarca fa qualcosa di molto più ambizioso: scrive ben 366 testi che coprono un amplissimo arco cronologico: dal giorno dell’innamoramento, il 6 aprile del 1327, agli anni della maturità e della vecchiaia: una vita in versi. I poeti quattro-cinquecenteschi riprendono da Petrarca questa idea di “canzoniere”, cioè di raccolta ordinata – e non casuale – di testi poetici. E molti di loro indicano il loro modello sin dall’inizio del libro, cioè riprendono da Petrarca anche l’idea del sonetto d’apertura che indica in che modo deve essere letto il loro canzoniere: un testo “di conversione”, nel quale il poeta si pente dell’amore giovanile, apre per esempio i libri di Niccolò da Correggio, di Matteo Maria Boiardo, di Gasparo Visconti, di Girolamo Britonio, di Domenico Mantova.

Alla maniera del Petrarca

Ma non c’è solo l’idea del “canzoniere”. Spesso, i poeti che leggono Petrarca lo imitano non, o non solo, nella forma dell’opera ma nel linguaggio e nello stile: il gusto per le anafore, per i parallelismi, per le enumerazioni, il lessico selezionato e antirealistico. Una delle cose più notevoli è il fatto che i poeti che lo imitano vengono da varie regioni italiane: nella prima metà del Quattrocento, il laziale Giusto de’ Conti (1390-1449), autore di un fortunatissimo canzoniere intitolato Oh bella e bianca mano, dedicato a una donna di nome Isabetta; i toscani Giovanni da Prato e Niccolò Tinucci; nella seconda metà del Quattrocento, i napoletani Giovanni Aloisio e Giovan Francesco Caracciolo; il ferrarese Matteo Maria Boiardo (1441-1494). Insomma, il petrarchismo diventa, nel giro di alcuni decenni, una vera e propria maniera comune.

I “petrarchini”

L’evoluzione del petrarchismo nel Cinquecento è molto influenzata dal modo in cui si comincia a leggere Petrarca. Nel 1501, a Venezia, l’editore Aldo Manuzio pubblica un’edizione in piccolo formato delle poesie e dei Trionfi, sotto il titolo di Le cose volgari. Questi “petrarchini”, che riproducevano solo il testo delle opere, senza note di commento, ebbero grande successo durante tutto il secolo: le liriche di Petrarca diventarono una sorta di “vocabolario poetico”, o di galateo in versi, e il successo aumentò ancora quando Pietro Bembo – che era stato il curatore dell’edizione di Manuzio – nelle sue Prose della volgar lingua indicò in Petrarca l’autore-modello per la poesia in volgare (Bembo stesso darà l’esempio pubblicando, nel 1530, un volume di Rime estremamente fedeli all’esempio petrarchesco).

La metrica

Petrarca, abbiamo detto, fa scuola anche per ciò che riguarda i metri. Esistevano, nel Duecento e nel Trecento, generi metrici che Petrarca non adopera: il capitolo ternario (cioè la terza rima usata per la lirica), il serventese, il discordo, la caccia. Ebbene, gli imitatori di Petrarca riprendono i suoi metri e non altri, e scrivono canzoni, ballate, sonetti e madrigali secondo gli schemi che Petrarca aveva adoperato. Facciamo un solo esempio. Il poeta Alberto degli Albizi, che scrive alla fine del Trecento, compone una canzone che comincia così:

Quanto lo immaginar più s’assottiglia
nell’adorne bellezze
in cui natura ogni suo sforzo pose,
tanto più sento la mia fantasia
magnificar con maraviglia Iove,
che volse e può sì bella cosa al mondo
donar quant’è costei.

 Lo schema metrico di questa canzone è AbCDEFg, uno schema anomalo (e rarissimo) perché, come si vede, i versi non rimano tra loro, restano cioè irrelati. Ma l’anomalia cessa di essere tale una volta che si osservi che qui Alberto degli Albizi sta riprendendo pari pari lo schema di una delle più celebri canzoni di Petrarca, Verdi panni:

Verdi panni, sanguigni, oscuri o persi
non vestì donna unquancho
né d’òr capelli in bionda treccia attorse,
sì bella com’è questa che mi spoglia
d’arbitrio, et dal camin de libertade
seco mi tira, sì ch’io non sostegno
alcun giogo men grave.

Qui insomma il “petrarchismo metrico” si manifesta in questo modo: un poeta, Alberto degli Albizi, “copia” lo strano schema metrico di una canzone di Petrarca, naturalmente servendosene per comunicare un proprio contenuto. Molti “petrarchisti” faranno così; e spesso, specie nel Cinquecento, la riproduzione di schemi petrarcheschi sarà dovuta al fatto che i testi di Petrarca verranno messi in musica ed eseguiti in pubblico: ripetendone il metro si potrà anche ripeterne la melodia.

Petrarca nel tempo

Abbiamo detto che la grande stagione del petrarchismo è quella che va, grosso modo, dal terzo, quarto decennio del Quattrocento alla metà del Cinquecento: i due ultimi (e forse più grandi) poeti del Cinquecento che si possano chiamare “petrarchisti” sono Giovanni della Casa, che muore nel 1556, e Gaspara Stampa, che muore nel 1554. Dal secondo Cinquecento in poi la poesia italiana ed europea prende strade diverse, ma l’importanza di Petrarca non diminuisce affatto. La memoria dei suoi versi e l’eco delle sue parole affiorano spesso nell’opera dei poeti italiani: il massimo lirico dell’Ottocento, Giacomo Leopardi (che tra il 1825 e il 1826 scrive un commento alle poesie di Petrarca ancor oggi utilissimo), recupera molto spesso, nei suoi Canti, parole e immagini petrarchesche; ma Petrarca resta un modello ancora ben vivo anche per i grandi poeti a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento: Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio, Guido Gozzano. Allineiamo, solo per fare un esempio, un memorabile verso di Petrarca insieme a due sue “riscritture” moderne:

O dura dipartita,
perché lontan m’hai fatto da’ miei danni?
La mia favola breve è già compita

(F. Petrarca, Canzoniere 254, 11-13)

Già diedero al carnefice la vita
oscura i cinque Adulteri. È compita,
o Bellezza, la tua favola breve!

(G. D’Annunzio, Intermezzo)

Prima che sia compiuta la mia favola breve!

(G. Gozzano, Il responso)

Ma l’esempio petrarchesco ispira anche un poeta rivoluzionario come Giuseppe Ungaretti (1888-1970), specie nel Sentimento del tempo («il nostro migliore e maggiore contemporaneo»: così Ungaretti definisce Petrarca); e quell’esempio attraversa poi l’età delle avanguardie, e riaffiora nei grandi autori del pieno Novecento, là dove si cerchi l’ispirazione per una lirica personale di classica compostezza. Ecco una pagina di Vittorio Sereni (1913-1983) nella quale l’opzione per la lirica, per il “discorso sull’io”, viene riportata ancora una volta, a distanza di sei secoli, al nome di Francesco Petrarca:

C’è stato un momento, o piuttosto un periodo, nel nostro secolo italiano in cui ogni possibile nozione di poesia si restringeva nei termini della poesia lirica, anzi della lirica senz’altro. Quei termini sono oggi in disuso [...]. La nostra gioventù [...] se pensava alla poesia pensava anzitutto a Leopardi, ma dietro il Leopardi evocava il Petrarca. Petrarca era la poesia, ne rappresentava l’essenza o, come si diceva una volta, la quintessenza. E Dante? E Ariosto? Prego non equivocare. Non è che fossero posposti o negletti: erano, semplicemente, altro. Operavano su altri territori. Il terreno sul quale pareva ancora possibile, per noi, operare era quello di Leopardi: dunque di Petrarca.

(V. Sereni, Sentieri di gloria. Note e ragionamenti sulla letteratura, Mondadori, Milano 1996)

In Europa

Un’ultima questione. Il petrarchismo non è soltanto una maniera italiana, ma anche europea, vale a dire che coinvolge poeti di tutto il continente. L’italiano era infatti una lingua diffusa tra i letterati europei, e le poesie di Petrarca si prestavano – con i loro pochi ingredienti sempre uguali, con il loro linguaggio raffinato – a essere imitate, a diventare un codice.
In Spagna, Petrarca è già noto e amato nel primo Quattrocento. Iñigo Lopez de Mendoza, marchese di Santillana (1398-1458) introduce nella letteratura spagnola l’endecasillabo e il sonetto, e lui stesso scrive sonetti “all’italiana”. Di fatto, scrivere poesia “all’italiana” vorrà dire, dopo di lui, scrivere “alla maniera di Petrarca”: e lo faranno, nel Cinquecento, poeti come Juan Boscán (1490-1542) e Garcilaso de la Vega (1503-1536).
In Portogallo, il massimo scrittore di quel paese, Luís de Camões (1524-1580) è l’autore del grande poema I Lusiadi, dedicato alle gesta dei grandi esploratori; ma Camões scrive anche un canzoniere d’amore chiaramente ispirato a Petrarca, e intitolato Parnaso de Luís de Camões (il libro è andato perduto: restano le sue poesie sparse, raccolte in canzonieri miscellanei).
In Francia, il petrarchismo ha il nome di una vera e propria “scuola poetica”, riunita nel parigino Collège de Coqueret: la cosiddetta Pléiade, i cui maggiori esponenti furono Pierre de Ronsard (1524-1585) e Joachim du Bellay, autore di un canzoniere dedicato alla donna amata, L’Olive (1549-1550), e soprattutto di un “manifesto” intitolato Défence et illustration de la langue française (“Difesa e illustrazione della lingua francese”), nel quale du Bellay difende l’impiego del francese nelle opere letterarie e filosofiche (contro i fautori del latino), e propone di migliorare e arricchire la lingua nazionale attraverso l’imitazione degli antichi greci e latini.
L’Inghilterra fa caso a sé, perché qui Petrarca era noto fin dalla seconda metà del Trecento, grazie al fatto che Geoffrey Chaucer (1340-1400), l’autore dei Racconti di Canterbury, aveva letto le poesie del Canzoniere, e tra l’altro aveva tradotto il sonetto di Petrarca S’amor non è inserendolo nel suo romanzo in versi Troilus and Criseyde. Ma di un vero e proprio culto di Petrarca si può parlare soltanto per il Cinquecento, quando vivono e scrivono poeti come Edmund Spenser (1552-1599), più noto per il poema epico The Faerie Queene, come Philip Sidney (1554-1586), nonché ovviamente, più avanti nel secolo, come William Shakespeare (1564-1616).