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Aldo Manuzio e l’invenzione della stampa moderna

Perché il carattere a stampa che noi italiani chiamiamo corsivo in inglese si chiama italic? La prima impressione è quella giusta: perché è nato in Italia.
Alla fine del Quattrocento un umanista romano, Aldo Manuzio, si trasferisce a Venezia e apre una tipografia. Insoddisfatto della bassa qualità dei libri con cui ha a che fare nel suo lavoro di insegnante, decide di fare da sé: pubblica libri in greco e in latino per dare a chi vuole intraprendere studi classici e umanistici una biblioteca “ideale”, che diventa “reale” grazie alle possibilità offerte da quel nuovo, straordinario mezzo di trasmissione del sapere che è la stampa. Certo, Aldo non era il primo e non era l’unico, a stampare i classici; ma nei suoi libri introduce alcune novità destinate a cambiare il concetto stesso di libro. L’importanza di Aldo Manuzio per la storia del libro è tale che per le edizioni uscite dalla sua tipografia c’è un nome specifico: aldine (cioè, “di Aldo”).

Le novità introdotte

Le prime due novità sono innovazioni tecniche, tipografiche: Manuzio per primo usa il carattere corsivo e usa, anche per i libri di autori importanti, un formato “tascabile”; il terzo aspetto di originalità riguarda invece più nello specifico i testi:

  1. il carattere corsivo deriva dal corsivo manoscritto, usato nelle cancellerie. È proprio perché fin dalle sue prime apparizioni era stato associato alle stampe veneziane di Manuzio, che in inglese è stato chiamato italic (e in francese italique);
  2. il formato, cioè le dimensioni del libro; il formato “in ottavo” (all’incirca come un libro tascabile dei nostri giorni) era fino a quel momento riservato a libri devozionali e religiosi, a libri, cioè, che potevano essere trasportati e letti facilmente, a differenza dei testi dei classici (poeti, storici, filosofi), pensati per lo studio, ingombranti, pesanti e molto costosi, che dovevano essere letti e meditati da seduti, appoggiandoli a un tavolo;formatoil l’Hypnerotomachia Poliphili nel 1499 e le Lettere di santa Caterina da Siena nel 1500. Nel 1501 dà alle stampe le Cose volgari, cioè il Canzoniere, e i Trionfi, di Petrarca), e nel 1502 le Terze rime, cioè la Commedia, di Dante. Come era già accaduto per i testi greci, anche questi classici in volgare sono curati da un filologo esperto: in questo caso, da Pietro Bembo;
  3. i testi che Manuzio sceglie sono classici, curati con grande attenzione, e presentati senza gli abbondanti commenti che si trovano nei manoscritti e in molti incunaboli tipici della scuola umanistica quattrocentesca.

Le novità introdotte da Aldo (carattere corsivo, formato più piccolo, testo autonomo) indicano che queste edizioni avevano una diversa destinazione, erano pensate per un uso diverso rispetto ai libri stampati (o copiati a mano) fino a quel momento e non erano riservate all’ambiente scolastico. Ovviamente, non erano libri “per tutti”, ma chi conosceva il latino poteva leggerli anche una volta finita la carriera scolastica: notai, nobili, gentiluomini e gentildonne.
Tutta l’esperienza, ma anche tutte le idee che Manuzio aveva maturato nello stampare libri greci e latini, trovarono applicazione nelle edizioni di classici italiani. Aldo aveva già stampato testi in volgare:

I segni di punteggiatura

Proprio in questa edizione di Petrarca, Manuzio e Bembo introducono con sistematicità alcuni segni destinati a grande, anche se non immediata, fortuna: l’apostrofo e alcuni segni di punteggiatura “moderni”, come la virgola e il punto e virgola (si vedono per esempio nella pagina delle Cose volgari di Petrarca). Anche prima, in realtà, si usavano segni di punteggiatura, ma secondo una logica un po’ diversa; l’apostrofo, invece, usato per il greco, era quasi sconosciuto alla scrittura latina: le parole che dopo Bembo, e ancora oggi, scriviamo con l’apostrofo erano scritte senza separazione (basta guardare per esempio le pagine della Commedia stampata a Foligno: tante amara che pocho piu morte  → “tant’è amara ch’è pocho più morte”).
Francesco Petrarca, Cose volgari, Manuzio, Venezia 1501. La pagina, tutta in carattere corsivo, contiene i primi due sonetti del Canzoniere. La V di Voi del primo verso è piccola, in modo da lasciare lo spazio per inserire una miniatura. Dopo il voi si nota un punto e virgola (oggi, noi, non lo useremmo in questa posizione); nel secondo verso c’è un apostrofo (ond’io), alla fine del terzo verso c’è una virgola, e così via.