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Il registro comico di Pulci

Anche se Pulci è capace di variar spesso registro, è evidente che il comico delle cose e delle parole è lo strumento che più gli è congeniale per descrivere il mondo. Lo usa per travestire e trasformare le esperienze serie e persino tragiche della vita reale anche nella corrispondenza privata con l’amico e mentore Lorenzo il Magnifico.

Per esempio, quando accompagna a Roma la moglie del suo signore, Clarice Orsini, e ammira la pingue figura della principessa bizantina Zoe Paleologa, non resiste alla tentazione di descrivere a Lorenzo «questa cupola di Norcia, anzi questa montagnia di sugna» convertendola in un cumulo di sostanze grasse e oggetti enormi, per concludere (lettera del 20 maggio 1472):

Io non so s’io mi vidi mai carnesciale o cosa tanto unta e grassa e morvida e soffice e da ridere come questa befanìa strana.

Ma soprattutto è significativo il suo modo di raccontare a Lorenzo una sciagura terrificante come il crollo del soffitto di una chiesa a Foligno, dal quale egli stesso era scampato a malapena (lettera del marzo 1472):

La polvere accecò ognuno; le madri correvano come pazze gridando e cercando i figliuoli, e chi il padre, chi il fratello, ed alcuno – pazzo! – la moglie; la chiesa era chiusa, e uno piccolo sportello occupato di gente caduta e incalcata a traverso. Gridossi per un’ora tanta «Misericordia!» che se n’empierono le tina. Il frate a piè giunti come un gatto saltò del pergamo. Non vedesti mai più strano caso. […] Trassonsi questi infarinati tra’ sassi, chi morto, chi tramortito, chi guasto; […] tutti quelli eravamo in chiesa, non potendo fuggire (e tuttavia1 pareva rovinassi ogni cosa) ci saremmo soscritti di nostra mano a una gamba rotta2.

1. tuttavia: continuamente.
2. ci saremmo … gamba rotta: se avessimo potuto uscire di lì con una gamba rotta (e niente di peggio), ci avremmo messo la firma.

Luigi Pulci sa bene che la vita, come scrive in un’altra missiva, è «uno zibaldone mescolato di dolce e di amaro e mille sapori vari», e il suo non è un animo spensierato e leggero: è anzi spesso ombroso e riflessivo, e sempre orgoglioso della sua libertà di pensiero. Ma, a Foligno come a Roncisvalle, con il suo riso può esorcizzare, per descriverlo, persino l’orrore. È uno dei doni e dei poteri della letteratura.