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La lingua letteraria e i dialetti

Il successo della proposta di Bembo si realizzò nei fatti: l’industria tipografica si mise subito a “correggere” i testi secondo il modello del toscano trecentesco, e gli autori, di conseguenza, vi si adeguarono; anche i predicatori, che allora svolgevano un ruolo molto importante perché raggiungevano vasti strati della popolazione (erano una sorta di mass-media dell’epoca), cominciarono a adottare e a diffondere il modello linguistico arcaizzante.
Non appena fu fissata e fatta conoscere la norma linguistica, tutte le altre varietà locali, toscano popolare compreso, diminuirono il loro prestigio, dato che le persone istruite non erano più disposte ad accettarle nella scrittura e nel parlato formale. Insomma: le varietà locali non scomparvero, ma restrinsero i loro àmbiti d’uso alla colloquialità spontanea, al discorso informale, alla comunicazione quotidiana. Stabilita una lingua, tutte le altre parlate divennero dialetti.

Il fatto che la cultura “alta” rifiutasse l’uso dei dialetti fece sì che per i dialetti si aprissero spazi letterari prima impensabili: in alternativa e contro il classicismo bembiano si potevano utilizzare a fini espressivi per rappresentare realisticamente la vita, o per mettere in scena le differenze sociali e i contrasti tra la città e la campagna o tra i residenti e i forestieri. La produzione letteraria in dialetto conoscerà un grande sviluppo nel Seicento, ma già nel Cinquecento si scrivono commedie dialettali: il caso più interessante è quello di Angelo Beolco detto il Ruzante (1496-1542), padovano, che usa le sottili differenze linguistiche tra il padovano di città e il pavano di contado o tra il pavano e altri dialetti per caratterizzare con realismo i personaggi che mette in scena.

Il dialetto ai nostri giorni

Gli studiosi chiamano “letteratura dialettale riflessa” le opere che impiegano coscientemente il dialetto in opposizione alla lingua letteraria toscana arcaizzante: il fatto che l’uso sia cosciente e volontario, non dettato quindi da ignoranza e spontaneità, presuppone autori molto consapevoli delle possibilità espressive del dialetto e dei valori culturali e sociali messi in gioco. Se ci si pensa, anche ora la situazione è simile: la scelta di scrivere canzoni, rappresentare opere teatrali, girare film in dialetto è una scelta consapevole, che in genere ha motivazioni artistiche e culturali tanto più forti quanto più “normale” sarebbe parlare di quegli stessi argomenti in italiano. Il pubblico lo capisce, e infatti il successo di quelle opere va ben oltre i confini della regione in cui quei dialetti si parlano: non è necessario capire perfettamente il napoletano per apprezzare il teatro di Eduardo De Filippo o i film di Massimo Troisi, il sardo, il salentino, il veneziano e così via per ascoltare con piacere le canzoni che in quei dialetti si cantano (e, d’altro canto, capiamo sempre tutte le parole delle canzoni inglesi che sentiamo?).