DeA_L&D_icona_strumenti

Alla scoperta del Nuovo Mondo

A partire dal Quattrocento, e fino al principio del Novecento, il mondo è diventato sempre più grande, e sempre meno sfocata la sua immagine: terre ignote sono entrate nelle mappe, terre già note sono state esplorate. Si scoprono, a poco a poco, le Americhe, e a poco a poco si scopre che non sono l’Asia ma un nuovo continente fin ad allora sconosciuto. All’inizio del Seicento comincia, da parte di navigatori olandesi e inglesi, l’esplorazione delle coste australiane. Tra Ottocento e Novecento si completa la mappatura prima dell’Africa, poi dell’Artide e dell’Antartide. È chiaro però che quando parliamo di grandi scoperte geografiche è all’America che pensiamo: è senz’altro questo l’evento storico cruciale del secondo millennio.

Per sintetizzare la storia di queste scoperte tra XV e XVI secolo non scegliamo la pagina di un esploratore o di uno storico bensì quella di un romanziere. Nel suo libro Gli errori dei ghiacci e delle tenebre (dedicato alle spedizioni nell’Artico del tardo Ottocento), lo scrittore austriaco Christoph Ransmayr (1954) ha descritto molto bene ciò che è accaduto nel mondo dopo il Trattato di Tordesillas, cioè dopo che nel 1494, in quella cittadina della Castiglia, in seguito all’arbitrato di papa Alessandro VI, Spagna e Portogallo si spartirono il Nuovo Mondo: le terre e i mari che stavano a ovest di un linea (la raya) tracciata da nord a sud a 370 leghe (circa 1770 km) a ovest delle isole di Capo Verde sarebbero appartenuti alla corona spagnola; le terre e i mari che stavano a est di quella linea sarebbero appartenuti alla corona portoghese.

È l’anno 1494, nel mese di giugno.
Nell’estate di quell’anno, a Tordesillas, Spagna e Portogallo sottoscrivono un contratto che il padre naturale di Lucrezia e Cesare Borgia, pontifex maximus Alessandro VI protettore di donne dai facili costumi e dell’arte, sigilla per tutti i tempi con una bolla pontificia. Il Nuovo Mondo e tutte le sue terre, quelle già scoperte come quelle ancora ignote, vanno suddivisi tra i popoli della penisola iberica; il meridiano che corre da un polo all’altro intorno al globo terrestre a 1200 miglia marine a ovest delle isole di Capo Verde segnerà il confine: i paesi a oriente di tale linea di demarcazione vengono assegnati al Portogallo, quelli a occidente alla Spagna. Però l’illecito traffico di Tordesillas, che fa mercimonio del globo terrestre quasi fosse un pascolo, abbandona al monopolio ispano-portoghese non solo le nuove terre, ma anche le rotte marittime che, solcando l’Atlantico verso ovest, dovrebbero condurre ai luoghi dove tutto è prezioso e l’aria è pregna del profumo delle spezie. Non bisogna infine dimenticare che la sentenza pronunciata da papa Alessandro Borgia spingerà poi l’avidità degli inglesi e degli olandesi, che da Tordesillas escono svantaggiati, a seguire vie traverse, le rotte nordiche, le vie tra i ghiacci. Ciò che accadde negli anni precedenti e nei decenni susseguenti al verdetto papale non è degno di particolare nota.
L’inequivocabile verità di quest’epoca di scoperte, infatti, non fu annotata nei gabinetti cosmografici d’Europa, ma in cronache quali il testo azteco di Náhuatl, che ci tramandò il quadro della comparsa europea: «I visi pallidi erano affascinati. Simili a scimmie scuotevano l’oro nelle mani o si sedevano al suolo con espressione compiaciuta, il loro animo riacquistava forza e si illuminava. Il loro ventre per questo si allargava; essi ne erano voracissimi, avidi d’oro come maiali famelici...». Quali che fossero le notizie con cui i naviganti facevano ritorno, nel Vecchio Mondo si credeva istericamente alle leggende di paradisi aurei e inesauribili; non v’erano deserti abbastanza sterili né realtà abbastanza inospitali da placare questa folle illusione: persino le pietre gialle che le spedizioni polari del sedicesimo secolo avrebbero trovato sulle montagne di ghiaccio coperte dai detriti delle terre artiche dovevano essere oro, a dimostrazione del fatto che anche al di là delle barriere di pack della banchisa c’erano altre isole da scoprire, più ricche delle nuove terre spagnole. (Così si getterà a mare tutto ciò che parrà superfluo e si caricheranno le navi di pirite, di pietre senza valore.)
All’inizio di quest’epoca sconvolgente stavano, come sempre nelle ere importanti, figure eroiche; i loro emuli nell’esplorazione artica ne fecero degli idoli, che a tutt’oggi ci sono più familiari delle civiltà che le loro avventure concorsero a distruggere; il genovese Cristoforo Colombo, alias Cristobal Colón, effettua, tra gli anni 1492 e 1504, quattro traversate dell’oceano Atlantico navigando verso occidente. Veleggia in quella direzione convinto dell’esattezza del deforme e lacunoso planisfero del cosmografo fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli e al soldo di Isabella di Castiglia, protettrice della Santa Inquisizione e madre di Giovanna la Pazza. (È una coincidenza o un segno il fatto che in seguito nel castello di Tordesillas Giovanna la Pazza soccomba completamente alla follia e vi muoia?) Nel corso dei suoi viaggi, Colombo approda alle isole caraibiche convinto di trovarsi nell’arcipelago giapponese, tocca le coste dell’America centrale e meridionale convinto di essere in India, scopre la foce dell’Orinoco convinto invece di trovarsi nel delta del Gange e infine muore a Valladolid nel 1506 senza aver riconosciuto i propri errori.
Vasco da Gama, conte di Vidigueira, nel 1498 cerca la via marittima per le terre delle spezie su incarico del re portoghese Manuel, doppia a vela il capo sudafricano di Buona Speranza, approda nella vera India e dischiude così alla furia coloniale un teatro paradisiaco.
Ferdinando Magellano segue una rotta a sudovest e nel 1520 scopre, fra la terraferma del continente sudamericano e la Terra del Fuoco, un altro varco dall’oceano Atlantico al Pacifico. L’anno seguente viene ammazzato nelle Filippine. Lo stretto di Magellano rimane.
Mentre Magellano esplorava le coste del Nuovo Mondo alla ricerca di un passaggio verso il Pacifico, Hernán Cortés diede inizio alla distruzione del regno azteco. Appena un decennio più tardi, il navigatore Francisco Pizarro, un porcaio, procede nei confronti della civiltà degli Inca proprio secondo le intenzioni della chiesa e della Spagna: fa battezzare e giustiziare, reprime ogni resistenza e dedica i massacri al Signore Gesù e alla corona spagnola.

 (Ch. Ransmayr, Gli orrori dei ghiacci e delle tenebre, trad. di Lia Poggi, Feltrinelli, Milano)