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Machiavelli e l’uso della Storia

Nell’ottobre 1502 Niccolò Machiavelli chiede all’amico Biagio Buonaccorsi di mandargli una copia delle Vite di Plutarco, lo storico greco vissuto a cavallo tra il primo e il secondo secolo d.C. La lettera di Machiavelli non si è conservata, ma abbiamo la risposta dell’amico: Abbiamo fatto cercare delle Vite di Plutarco, e non se ne truova in Firenze da vendere. Abbiate pazienza, ché bisogna scrivere a Venezia.
Non c’è niente di strano né nella domanda di Machiavelli né nella risposta di Biagio. Se si leggono le lettere dei monaci medievali o degli umanisti si incontrano spesso richieste del genere: in un’età in cui non esistevano biblioteche pubbliche e i libri erano un bene raro e prezioso, lo scambio di libri tra amici era una cosa normale. E del resto, non tutto si poteva trovare neppure nella ricca Firenze, dove l’industria editoriale muoveva appena i primi passi: non sorprende che, non trovando le Vite nella sua città, il Buonaccorsi pensi di far cercare a Venezia, dove si concentravano le stamperie più importanti.

La prosopografia: un modello storico…

Le Vite parallele sono una raccolta di biografie di personaggi dell’antichità: parallele, perché Plutarco narra le vite dei personaggi greci e latini (per esempio Alessandro Magno e Giulio Cesare) mettendole a confronto ed evidenziandone analogie e differenze. Si tratta dunque di un libro di storia, ma di quella particolare storia che si chiama prosopografia: più che di eventi e di popoli, parla di grandi uomini. Rispetto ad altri storici classici come Livio, Tacito o Cornelio Nepote, Plutarco è un autore relativamente nuovo per i lettori italiani dell’epoca di Machiavelli. Le prime traduzioni in latino risalgono all’inizio del Quattrocento, e la prima edizione a stampa al 1470. Poco più tardi si realizzano le prime versioni in volgare. Plutarco è un autore facile, pieno di aneddoti e di consigli di saggezza spicciola che è possibile adoperare anche al di fuori del loro contesto originale: Machiavelli stesso, nella Vita di Castruccio Castracani, terrà presente questo modello.
Ora, le “vite degli uomini illustri” sono un genere storiografico in voga già nel Medioevo. Petrarca, per esempio, scrive il De viris illustribus, in cui racconta le gesta di grandi personaggi greci, latini e biblici; a sua volta, Boccaccio scrive due trattati, uno dedicato agli uomini e l’altro alle donne famose. Le definiamo opere di storiografia, ma in realtà l’interesse storico qui, come in molta storiografia premoderna, è subordinato all’interesse morale. Quello che conta è soprattutto l’insegnamento che si può ricavare dalle vicende narrate. Perciò l’attenzione si concentra non tanto sugli eventi quanto sui caratteri e sui destini (prova ne è il fatto che il libro di Boccaccio si chiama De casibus virorum illustrium, cioè “Sulle disgrazie degli uomini illustri”). Il modello di Plutarco – che né Petrarca né Boccaccio potevano conoscere – è un po’ diverso. Dalle Vite parallele, infatti, il lettore ricava, più che una morale, un’informazione pratica su come gli uomini del passato hanno vissuto le loro vite: coerentemente, perciò, Plutarco parla di condottieri anziché di filosofi o di artisti. Il suo è un ammaestramento alla vita attiva, non alla vita contemplativa: e uomini attivi, non contemplativi, sono i suoi eroi (che è poi la ragione per cui anche Shakespeare attingerà spesso alle Vite). 

… e culturale

Da questo punto di vista, Plutarco e le Vite sono un buon simbolo di quel mutamento dei modelli culturali che coinvolge non solo Machiavelli ma un po’ tutti gli studiosi e i lettori rinascimentali. Se avessimo chiesto a Dante o a Petrarca quale fosse la condotta di vita più degna dell’uomo, Dante e Petrarca avrebbero risposto che la vita migliore era quella spesa nello studio e nella riflessione: così del resto aveva già detto Aristotele. Alla stessa domanda Machiavelli avrebbe risposto in maniera opposta, dicendo che fare, operare è il compito dell’uomo: così del resto aveva già detto Cicerone. Nella Firenze del Quattrocento e del primo Cinquecento assistiamo appunto a questa unione – rara se non davvero inedita – di energie intellettuali e di energie pratiche: uomini con un’ampia cultura umanistica prendono parte direttamente al governo della città, si mescolano alle faccende politiche, amministrano i beni pubblici. Non è strano, così, che questa conversione alla vita attiva porti con sé anche una revisione dei modelli culturali. Se nel Medioevo il confronto era soprattutto con filosofi come Aristotele e Platone, e con i padri della Chiesa e della Scolastica, nell’età di Machiavelli il dialogo avviene piuttosto con gli storici: più che l’astratta teoria conta la pratica, e più ancora dei consigli pratici contano le vite concretamente vissute. Di qui – forse per la prima volta nella tradizione occidentale, e certo per la prima volta in maniera tanto marcata – l’interesse, il gusto per le biografie anche dei contemporanei: il fiorentino Vespasiano da Bisticci (1421-1498) scrive per esempio un libro sulle Vite di uomini illustri del secolo XV; e l’aretino Giorgio Vasari (1511-1574) pubblica nel 1550 le Vite dei più eccellenti architetti pittori et scultori italiani da Cimabue insino a’ tempi nostri. La fortuna di Plutarco è insomma un segno di questo nuovo orientamento degli studi e delle letture sulla storia. 

Spiegare il presente attraverso il passato

Nell’ottobre del 1502 Machiavelli non si trova a Firenze. È a Imola, dove è stato inviato dal governo di Firenze per seguire le mosse del duca Valentino. La richiesta del libro di Plutarco, dunque, non solo non è una richiesta da studioso, ma non è neppure la richiesta di un amatore, di qualcuno che voglia semplicemente passare il tempo leggendo le storie degli antichi. Se Machiavelli, da Imola, chiede le Vite di Plutarco, significa che quel libro gli serviva per valutare le parole e le azioni di quel condottiero. La cultura classica ha, per lui, un fine soprattutto pratico, orientato sul presente: egli vuole capire, alla luce di quegli antichi esempi, ciò che quest’uomo ha in animo di fare. Del resto, è la stessa cosa che Machiavelli fa nel Principe e nei Discorsi: usa esempi antichi per capire quale dovrebbe essere la condotta di vita del principe e usa Livio per spiegare in quale modo una moderna repubblica dovrebbe essere governata.  

La diffusione della cultura classica

Potremmo domandarci in quale altra epoca della storia umana avrebbe potuto darsi un caso del genere: un uomo d’azione, un ambasciatore, che chiede che gli procurino un libro scritto quattordici secoli prima per trovare, in quel libro, consiglio. Quando si era dato un simile rapporto tra i laici che amministravano o servivano il potere e le cose della cultura? Nel tardo Medioevo la cultura classica era ancora qualcosa di ristretto alle aule universitarie, cioè soprattutto agli ecclesiastici. La sfera della politica aveva con la sfera dell’arte e del pensiero filosofico un legame molto debole. L’umanesimo è anche questo ampliamento di orizzonti: non è certo una cultura classica di massa, e nemmeno di larghe élites, ma, per così dire, costituisce l’inizio, il germe dell’opinione più tardi corrente che una buona cultura umanistica possa essere utile non soltanto per i professori ma per qualsiasi individuo, anche per chi amministra il potere.