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Che cosa significa essere classicisti? Il motivo del sonno da Ovidio a Della Casa

Secondo il poeta greco Esiodo (VII a.C.), il dio Hypnos (Sonno) era figlio della Notte. L’invocazione al dio Sonno da parte del poeta afflitto dall’insonnia è già presente nella letteratura greca e latina.

Il motivo del Sonno

Per fare un esempio, ecco alcuni versi d’un inno attribuito al mitico poeta greco Orfeo, che a partire dal Quattrocento circolava accompagnato dalla traduzione latina:

Somne, rex beatorum omnium, mortaliumque hominum
et omnium animantium quaecunque nutrit lata tellus:
omnia enim vincis solus et omnibus advenis
corpora alligans infabricatis pedicis
curarum solutor, laborum iocundam habens requiem;
et dolorum omnium sacrum solatium efficiens
et mortis meditationem adducis animas conservando

Sonno, Re di tutti i beati e degli uomini mortali e di tutti gli esseri viventi, quanti l’ampia terra nutre: solo tu vinci ogni cosa e giungi a tutti, legando i corpi con catene non fabbricate, scioglitore degli affanni, porti con te un placido ristoro delle fatiche; infondendo un sollievo sacro da ogni dolore e salvando gli animi, induci il pensiero della morte.

E per fare un altro esempio della fortuna di questo motivo letterario, ecco un breve passo delle Metamorfosi (XI, 624-626) di Ovidio (43 a.C.-18 d.C.):

Somne, quies rerum, placidissime, Somne, deorum,
pax animi, quem cura fugit, qui corpora duris
fessa ministeriis mulces reparasque labori

Sonno, quiete delle cose, placidissimo, Sonno, fra gli dei pace dell’animo, che fughi gli affanni, che i corpi stanchi dai doveri faticosi accarezzi e recuperi alla fatica

Il tema si era poi diffuso nella poesia umanistica e rinascimentale. In particolare modo, Della Casa ha presente l’inizio d’un sonetto del napoletano Jacopo Sannazaro:

O sonno, o requie e triegua degli affanni,
che acqueti e plachi i miseri mortali,
da qual parte del ciel movendo l’ali
venisti a consolare i nostri danni?

 

L’esercizio della poetica

Perché è interessante conoscere questi precedenti? Perché si tocca con mano, in questo modo, una delle caratteristiche peculiari di quella che chiamiamo “poetica classicista”. La poesia non era, come sarà per i moderni (e per noi, oggi), libera confessione e libero sfogo dei propri sentimenti. Era, piuttosto, un esercizio su un tema assegnato, codificato nella tradizione; un esercizio che, pur mirando all’originalità, faceva tesoro delle parole e dei motivi che gli altri poeti, antichi (come Ovidio) e moderni (come Sannazaro) avevano adoperato. La poesia era insomma anche e soprattutto rielaborazione di altra poesia.