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La lirica del medio e del tardo Cinquecento: il concettismo

Immaginiamo di dover costruire castelli di sabbia con due sole formine e un metro quadrato a nostra disposizione: dopo aver tentato le combinazioni più ovvie e immediate, per essere originali ci troveremo a dover realizzare qualcosa di complicato. Proviamo a trasportare questa osservazione nel campo artistico. Nel momento in cui la poesia si muove in un recinto predeterminato di parole e di oggetti (è la proposta bembiana a portare a questa conseguenza), è logico che la ricerca di vie personali possa sfociare in complicazioni formali, in artifici. Ciò avviene con frequenza maggiore a partire dalla metà del secolo: è l’età di quello che, con un termine tecnico, si definisce concetto, e dei poeti concettisti.

Il “concetto”

Il concetto, parente stretto della metafora, è un accostamento inaspettato di parole, un paradosso linguistico e logico, un’immagine inconsueta che richiede da parte del lettore un’attenzione più acuta per essere compresa. L’uso dei concetti dilaga nel secondo Cinquecento e nel Seicento: si parla quindi di “poesia concettosa” e di “concettismo” in relazione a questa lunga stagione della nostra letteratura. Ma non solo della nostra: il concetto ha infatti una grande fortuna nella poesia spagnola (con poeti sommi come Góngora e Quevedo), dove prende il nome di agudeza, “acutezza”.