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Guicciardini

Francesco Guicciardini nasce a Firenze nel 1483 da una influente famiglia vicina ai Medici. Intellettuale e uomo d’azione, Guicciardini partecipa in prima persona agli avvenimenti più rilevanti del suo tempo. Governatore prima di Modena e Reggio su nomina papale e poi della Romagna, nel 1526 è a Roma come consigliere di papa Clemente VII; organizza una lega anti-imperiale che però non sortisce gli effetti desiderati dato che Carlo V scende in Italia e con le sue truppe mette in atto il Sacco di Roma. Dopo una parentesi repubblicana, a Firenze tornano i Medici e Guicciardini diventa consigliere del Granduca. Nel 1537 si ritira a vita privata e si dedica alla scrittura della Storia d’Italia, che lascia incompiuta per via della morte, sopraggiunta nel 1540.

I concetti chiave
Sulla base dell’esperienza diretta del mondo e di una visione realistica della politica, Guicciardini arriva a distinguere due principi: il particolare e la discrezione. Secondo lo storico, l’uomo – specialmente l’uomo politico – agisce per proprio interesse e per conservare onore e buona reputazione. A questa idea quasi “cinica” del perseguimento del singolo tornaconto, si lega il concetto di discrezione: nell’imprevedibilità della sorte, è necessario avere la capacità di leggere con intelligenza la realtà, di discernere e fare scelte corrette.

I Ricordi
Il sunto dell’esperienza di Guicciardini si ritrova nei Ricordi, una raccolta di aforismi e di brevi riflessioni, pubblicate postume, nelle quali emerge la sua visione della storia: a differenza di Machiavelli, Guicciardini non la ritiene una “maestra di vita” perché ogni evento ha senso in sé e non risponde a regole fisse che cambiano in base alle circostanze contingenti. La storia è piuttosto lo strumento con il quale conoscere l’uomo e le sue debolezze. Nella sua analisi storica, Guicciardini ritiene inoltre che all’uomo sia preclusa la conoscenza del giudizio e delle azioni di Dio, pur non mettendone mai in dubbio l’esistenza; perciò è molto critico nei confronti della religiosità superstiziosa – che crede nei miracoli, segni invece della grazia di Dio, incomprensibili sulla terra –  e nei confronti della chiesa e dei preti corrotti, dediti al vizio e alla bramosia di potere.

La Storia d’Italia 
L’analisi storica della decadenza italiana si fonda su due principi, che sono alla base della Storia d’Italia: la necessità di limitare il potere di Carlo V, che controllava gran parte della penisola, e l’urgenza di stabilire a Firenze un governo oligarchico, con fondamenta repubblicane (quindi con un senato e un consiglio che aiutino gli “ottimati” a governare). Scritta e rimasta incompiuta tra il 1537 e il 1540, la Storia d’Italia narra in venti libri gli anni dal 1490 al 1534, ossia dall’inizio delle guerre d’Italia con l’interruzione della pace e della serenità garantita dalla diplomazia di Lorenzo il Magnifico, fino alla fine della Repubblica fiorentina e alla morte di Clemente VII, membro della famiglia Medici. Con documenti di prima mano su cui indaga cause e conseguenze, Guicciardini traccia una parabola del declino italiano determinato dagli imprevedibili mutamenti della sorte ma soprattutto dall’incapacità di governanti, viziosi e corrotti, di gestire le varie situazioni. L’apice della decadenza si consuma con il Sacco di Roma, descritto con tono vivo e concitato: l’Italia appare terra di conquista di popolazioni straniere, guidata da politici biechi e inefficaci.