DeA_L&D_icona_strumenti

La letteratura cavalleresca del Quattrocento

Tra il Quattrocento e il Cinquecento si registra in Italia una grande fortuna del genere cavalleresco, fatto di miti e storie antiche ma soprattutto delle imprese dei paladini di Carlo Magno e dei cavalieri di re Artù. Tramandati, nel Medioevo, dai cantari popolari e dai giullari prima in forma orale e poi scritta a partire dal Trecento, questi poemetti in ottave sono assurti in epoca moderna alla forma di poema e consacrati all’orizzonte letterario grazie alla penna di grandi autori come Luigi Pulci e Matteo Maria Boiardo.

Luigi Pulci e il Morgante

La genesi dell’opera          Autore vivace, esuberante, molto vicino alla famiglia Medici tanto da diventare amico intimo e poi uomo diplomatico del Magnifico, Luigi Pulci (1432-1484) compone e pubblica (una prima nel 1478, un’altra nel 1482 e l’anno successivo quella con l’aggiunta di 5 cantari) il Morgante su richiesta della madre di Lorenzo, Lucrezia Tornabuoni che, con la ripresa della tematica carolingia, intendeva esaltare la civiltà cattolica contro la minacciosa presenza turca. Il poema però non rispose alle aspettative a causa del temperamento e della cultura del Pulci che risentivano del sostrato burlesco e comico-realistico fiorentino, con un particolare gusto per la deformazione grottesca.

 

La trama  Inizialmente composto da ventitré cantari poi divenuti ventotto, il Morgante si presenta come un rifacimento del cantare Orlando, in cui si narrano le vicende di Orlando e Rinaldo, a cui Pulci aggiunge la presenza di Morgante, un giovane sconfitto da Orlando che diventa suo scudiero dopo essersi convertito al cristianesimo. Molti sono gli episodi canonici della tradizione cavalleresca inseriti nell’opera: allontanamenti, fanciulle corteggiate, intrighi di corte, in primis quello di Gano di Maganza, tutti  passaggi che il pubblico ben conosceva e apprezzava.

 

Stile e temi  L’originalità dell’opera consiste infatti non tanto nelle vicende narrate quanto nelle vivaci tonalità stilistiche utilizzate con cui Pulci colora il mondo dei cavalieri di comicità e risa, dove riecheggia la coloritura linguistica della letteratura fiorentina “bassa”. Sperimentalismo linguistico, gusto per l’invenzione verbale e per la deformazione comica sono alla base dell’altro importante personaggio del poema, Margutte, una via di mezzo tra uomo e gigante, nonché spalla di Morgante. Margutte è un furfante, che disprezza ogni regola umana e divina ed esalta tutte le bassezze ed i vizi, non dimenticandosi di prendersi gioco dei principi più importanti del cristianesimo, effettuando una parodia del Credo cristiano. La morale di Margutte si fonda sull’esaltazione del cibo, del sesso, dei vizi e si colloca all’interno della polemica popolareggiante contro l’ipocrisia del clero. A questo si lega anche l’idea di presentare nel poema altre prospettive oltre a quella cristiana, a significare la necessità intellettuale di ammettere l’esistenza di qualcosa di diverso che, seppur percepito come anomalo, non da condannare necessariamente.

Matteo Maria Boiardo e l’Orlando innamorato

La vita             Se nella borghese Firenze, il mondo cavalleresco era ormai proprio del gusto popolare ed era addirittura oggetto di parodia, nelle corti padane aristocratiche, di origine feudale e militare, come Ferrara, la materia continuava a essere molto apprezzata dal pubblico di corte. Matteo Maria Boiardo, signore di Scandiano (1441-1494), entra ben presto a far parte della corte estense per cui ricopre diversi incarichi. Già autore di opere in latino, si dedica alla stesura del suo canzoniere alla maniera petrarchesca, gli Amorum libri (“Libri d’amore”), scritti in volgare e di tematica amorosa. Alla tradizione dei cantari cavallereschi si collega invece l’opera principale del Boiardo, l’Orlando innamorato (1483), a cui lavora per vent’anni e che lascia incompiuta al nono canto del terzo libro a causa della discesa di Carlo VIII, re di Francia, che riporta il poeta ai suoi doveri militari.

 

I temi e lo stile  Il poema attinge e fonde elementi provenienti dai poemi carolingi (epica) e da quelli del ciclo arturiano, che vedeva spesso la presenza di storie d’amore intrecciate all’avventura, con l’aggiunta di elementi nuovi che creano una trama estremamente fitta, resa anche grazie alle tecniche dell’entrelacement e dell’effetto di suspense per l’interruzione e la ripresa delle vicende. Al centro – Boiardo tiene a dirlo proprio nella protasi  – vi è l’amore, quel principio divino che muove ogni cosa e da cui nemmeno i cavalieri più valorosi rimangono immuni. E quindi si comincia proprio da quell’eroe che la tradizione consegna casto e fedele alla sposa, Orlando, che però nel poema si innamora come tanti altri di Angelica, principessa del Catai giunta alla corte di Carlo Magno per gettare scompiglio tra i cavalieri cristiani. L’universo cortese, con i suoi modi raffinati ed eleganti, entra a più riprese nel poema e nella battaglia tra Orlando e Agricane, all’inizio impegnati nella conquista di Angelica. Due modelli di fede, il primo cristiano e il secondo pagano, che rappresentano due concezioni della cavalleria: al rozzo Agricane che pensa solo all’amore e alla guerra, si contrappone Orlando che ritiene la cultura e l’intelligenza altri elementi fondamentali, oltre al valore delle armi, per un perfetto cavaliere. Ed è proprio l’esaltazione del mondo cortese che giustifica l’inserimento di un personaggio encomiastico, Ruggiero, pagano poi convertito al cristianesimo, che darà origine alla dinastia estense.