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Machiavelli

Conoscitore degli scrittori antichi e della storia del suo tempo, Machiavelli ha potuto osservarne le drammatiche vicende in prima persona, dal di dentro, da ciò che lui stesso ha vissuto e su cui ha riflettuto a lungo, soprattutto nel periodo dell’inattività politica. Il suo realismo politico lo ha portato a raccontare la crudeltà e la meschinità delle cose e degli uomini, e a riflettere sul potere, sui modi in cui lo si ottiene e lo si conservi. Accantonate la morale cristiana e l’idea di una pace duratura, Machiavelli sceglie come simbolo dell’efficacia di governo il duca Valentino, abile nel ricorrere, se necessario, anche all’uso della forza e della violenza. Un principe è realmente “virtuoso”, secondo l’autore, quando riesce a superare i capricci della fortuna e volgerli a proprio favore.

La vita e le opere

Cancelliere della Repubblica fiorentina
Niccolò Machiavelli nasce a Firenze nel 1469 da una famiglia di antiche origini. A ventinove anni è nominato capo della seconda cancelleria della Repubblica di Firenze, per la quale svolge anche alcune importanti ambascerie a Roma, in Francia e in Germania; da queste esperienze nasceranno le relazioni Ritratto delle cose di Francia e un Ritratto delle cose della Magna. Importante è l’incontro nel 1502 tra Machiavelli e Cesare Borgia, il duca Valentino, da cui era stato mandato in missione e sull’operato del quale compila la Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini. L’interesse legato al governo della città emerge in diversi scritti, dal Modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati (1503) al Discorso dell’ordinare lo stato di Firenze alle armi (1506) e al più tardo L’arte della guerra (stampato nel 1521).

Gli anni dell’esilio e degli studi
Anno spartiacque nella vita di Machiavelli è il 1512 quando, crollata la Firenze repubblicana di cui era stato funzionario, tornano al potere i Medici, appoggiati dal papa Giulio II. Machiavelli è costretto all’esilio e si ritira nella sua villa in campagna – l’Albergaccio – nei pressi di San Casciano. Durante l’allontanamento forzato nascono Il principe (scritto tra il 1513 e il 1514) e i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (tra il 1517 e il 1518). Tra il 1520 e il 1525 Machiavelli lavora alle Istorie fiorentine, commissionategli dallo Studio di Firenze, e alla Vita di Castruccio Castracani, oltre che a dedicarsi alla novellistica, con la Novella di Belfagor, e al teatro con la Mandragola e Clizia. Divenuto amico di Francesco Guicciardini, scrittore e uomo di fiducia di papa Clemente VII, Machiavelli trascorre gli ultimi anni della sua vita studiando e svolgendo piccoli incarichi per conto dei Medici. Non vedrà mai la pubblicazione delle sue opere, fuorché dell’Arte della guerra. Muore nel 1527.

Le opere

Le lettere
Machiavelli scrive le sue lettere in volgare. I destinatari sono conoscenti e amici a cui con forza di verità e senza atteggiamento letterario – infatti non sono state scritte per la pubblicazione – l’autore tratta dei temi più diversi: dalla riflessione sulla politica nazionale e internazionale, al suo stato d’animo, alle sue idee; in alcune prevalgono umorismo e racconti di taglio comico.

Il principe
Scritto durante l’esilio all’Albergaccio, Il principe vede la pubblicazione nel 1532, dopo alcuni anni dalla morte dell’autore. Ventisei brevi capitoli, ciascuno con un titolo in latino, che si aprono con la dedica a Lorenzo de’ Medici il Giovane, nipote di papa Leone X, da cui Machiavelli, dopo la sua cacciata, sperava di ottenere benevolenza. E proprio dal ritorno dei Medici a Firenze dopo vent’anni di esilio che nasce l’idea di un trattato politico sui vari tipi di principato, su come si acquistino e come se ne conservi il potere, sull’importanza degli eserciti (che non devono essere formati da truppe mercenarie), sul ruolo della fortuna e della virtù nelle dinamiche politiche. L’esempio positivo per eccellenza è Cesare Borgia, il duca Valentino, figlio di papa Alessandro VI, che nel giro di pochi anni era riuscito a conquistare la Romagna, arrivando a minacciare anche Firenze e il cui unico errore era stato quello di essersi fidato del cardinale Della Rovere e l’unica sventura incalcolabile, quella della morte prematura. Attribuendo al vizio e alla virtù un significato pratico, Machiavelli ribadisce che il metro con cui giudicare le azioni umane sia quello dell’utilità: in questo senso, molte di quelle consumate sotto il segno della virtù diventano vizi e viceversa. Infatti, il desiderio di mantenere lo stato può costringere un principe a tradire patti o a combattere con la forza fisica (leone) o con quella della mente, ossia l’astuzia (volpe). La storia insegna che le cose vanno sempre diversamente da come dovrebbero andare e quindi un buon principe deve essere anche in grado di dissimulare per ottenere il proprio scopo e soprattutto deve essere in grado di premunirsi contro i casi della fortuna. Il finale presenta un’esortazione ai Medici affinché costituiscano un esercito “nazionale”, che porti l’Italia a liberarsi dal dominio straniero. La chiusura del trattato con la canzone All’Italia di Petrarca segna un mutamento del tono del discorso, che si fa più concitato, emotivo e vibrante. Uno slancio eroico e retorico che si contrappone al fatalismo inerte dilagante al tempo di Machiavelli.

Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio
La storia per Machiavelli è maestra di vita. Le pagine dello storico romano Tito Livio servono all’autore come punto di partenza per dedicarsi alla trattazione della politica interna fiorentina e dell’attualità italiana. Partendo dall’assunto che gli uomini rimangono nei secoli sempre uguali a se stessi, Machiavelli propone il passato come guida per leggere il presente. La religione, vero collante sociale, era per i Romani legata alla vita terrena e quindi loro stessi erano amanti della libertà e della gloria tanto da prendere le armi e difenderla. La religione cristiana, invece, guarda con interesse solo la vita eterna e rende i corpi fiacchi e deboli, alla mercé di uomini scellerati. La chiesa romana poi, con il cattivo esempio dei preti, è sempre stata motivo di discordia, e rappresenta il primo ostacolo alla pace e all’unità italiana.

Dell’arte della guerra e Istorie fiorentine
Il tema della necessità di evitare l’uso delle milizie mercenarie e di creare un esercito permanente ritorna anche nel trattato in forma di dialogo Dell’arte della guerra e nelle Istorie fiorentine. Queste, in volgare e divise in otto libri, trattano della storia d’Italia dalla caduta dell’impero romano alla morte di Lorenzo il Magnifico e della storia di Firenze dalle origini al 1434. A differenza degli schematismi della storiografia umanistica, Machiavelli farcisce la cronaca e la storia con il suo pensiero politico, andando alla ricerca delle cause che hanno portato la decadenza delle città.

Mandragola
La versatilità di Machiavelli non tralascia neppure il teatro. La Mandragola è una commedia, scritta probabilmente nel 1518, quando l’autore era in esilio. La trama è legata al teatro comico del tempo ma si rifà anche alla commedia latina: un amore contrastato, uno sprovveduto beffato grazie all’intervento di un parassita e un lieto fine che ha delle tonalità un po’ cupe. Quello che emerge è un mondo senza luce, dove domina l’interesse economico e dove, a farla da padroni, sono l’inganno e l’astuzia. Perché dunque vivere secondo virtù, se il mondo è pieno di intrighi?