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La poesia del Quattrocento

Con il consolidarsi delle signorie cittadine e la volontà dei signori di procurarsi prestigio grazie all’attività intellettuale e artistica, i poeti iniziano a essere protagonisti della vita di corte.

Le corti del centro-nord

Punto di riferimento per molti poeti è Francesco Petrarca che, di lì a qualche anno, diventerà per i letterati una sorta di “mito”, anche grazie alla rilettura che ne fece Giusto de’ Conti con il suo canzoniere intitolato La bella mano.

 

Matteo Maria Boiardo Su modello del canzoniere petrarchesco è l’Amorum libri tres di Matteo Maria Boiardo, opera in volgare nata dall’amore giovanile per Antonia Caprara. L’opera racconta e descrive un’esperienza d’amore dall’inizio alla sua fine e, come per il canzoniere petrarchesco, è aperta da un sonetto proemiale in cui si tirano le somme del passato e dell’esperienza giovanile e da una chiusura in chiave religiosa. A differenza del modello invece, Boiardo ambienta la scena nella vita di corte e considera anche l’aspetto fisico dell’amore. Nelle scelte stilistiche si affida a una commistione di elementi: oltre al lessico dal forte influsso petrarchesco, compaiono latinismi, parole toscane e della tradizione padano-veneta.

La corte di Firenze

La poesia in volgare trova a Firenze forme espressive nuove in grado di fondere la tradizione letteraria in volgare e quella umanistica che era legata all’uso del latino.

 

Angelo Poliziano Tra i risultati più notevoli vi sono quelli ottenuti da Angelo Poliziano, raffinato scrittore della cerchia di Lorenzo de’ Medici e in seguito nominato docente di retorica e poesia latina presso lo Studio fiorentino. Compone tra il 1475 e il 1494 le Stanze per la giostra, opera che celebra la vittoria in un torneo di Giuliano de’ Medici, fratello del Magnifico e interrotta al secondo libro per la morte di Giuliano nel corso della congiura dei Pazzi. Si tratta di un poemetto mitologico in ottave intriso di riferimenti moderni e simboli tratti dal mito classico, che racconta il percorso di maturazione del protagonista Iulio-Giuliano, giovane dedito solo alla caccia e alla poesia, poi divenuto uomo attraverso l’esperienza amorosa. Più che una narrazione, le Stanze sono una serie di quadri descrittivi, di un mondo ideale e perfetto, reso unendo il repertorio lessicale stilnovistico alle citazioni di poeti latini e volgari e a qualche innesto di poesia popolare. Ritorna la mitologia classica nella Fabula d’Orfeo – scritta durante il periodo di allontanamento dai Medici – un’opera significativa perché è il primo testo teatrale in volgare di argomento profano. Il mito è quello di Orfeo, disperato cantore che dopo aver salvato la moglie Euridice dall’oltretomba, la perde di nuovo perché non sa resistere ai comandi degli dei e si volta a guardarla lungo la risalita dagli Inferi. Nell’Orfeo si trovano numerosi richiami alla tradizione: non solo alle sacre rappresentazioni cristiane – l’obiettivo di Poliziano era quello di comunicare principi filosofici e morali – ma anche al dramma satiresco greco, legato al finale bacchico e alla tradizione dell’egloga recitata di ambientazione pastorale.

 

Lorenzo de’ Medici Signore e mecenate di una Firenze all’apice della sua fioritura artistica e culturale, Lorenzo de’ Medici fu lui stesso un intellettuale, nonché autore sia “impegnato” con le sue Rime d’amore alla maniera stilnovistica e petrarchesca, sia scanzonato con la Nencia da Barberino, in cui il poeta-pastore celebra e lamenta l’amore per la sua donna in modo caricaturale. In occasione del carnevale fiorentino il Magnifico si diverte con la Canzone di Bacco, destinata a essere cantata dalle maschere che accompagnavano il corteo carnascialesco su cui trionfava il dio Bacco. Un inno alla gioia e al godimento dei piaceri della vita, in richiamo al carpe diem, “cogli l’attimo”, oraziano, alla luce dell’incertezza e all’imperscrutabilità del domani da parte dell’uomo.

 

Napoli nella seconda metà del Quattrocento La vita culturale nell’Italia meridionale si concentra nella capitale del regno aragonese, Napoli, sede dell’Accademia Pontaniana e di una tradizione culturale soprattutto di stampo umanistico.

 

Jacopo Sannazaro Jacopo Sannazaro fu un uomo di corte così legato agli Aragonesi da seguirli in Francia durante l’esilio. La sua produzione è principalmente in lingua latina ma la sua fama è dovuta all’Arcadia, il romanzo pastorale misto di prosa e versi pubblicato nel 1505. A Sannazaro va il merito di aver recuperato il mito dell’Arcadia e avergli dato una specificità letteraria, quale luogo ideale fuori dallo spazio e dal tempo dove trovare riposo dagli affanni. L’opera è composta da egloghe che raccontano delle avventure di Sincero – alter ego di Sannazaro – che si rifugia in Arcadia, dove inizia a vivere come un pastore, per sfuggire a un amore infelice. Dietro il mascheramento pastorale, in cui si riconoscono l’autore stesso, amici e conoscenti, vi è l’intenzione più profonda di riflettere sulla realtà e

sulle difficoltà politiche e sociali del Regno di Napoli. Il mondo perfetto e idilliaco di Arcadia nasconde infatti un turbato presentimento di crisi e di decadenza provato dal poeta, così come dal pastore, la cui vita è continuamente tormentata da lupi che insidiano le greggi.