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La prosa del Duecento

Come scrivere e come parlare in volgare

Nel XIII secolo buona parte della produzione in prosa volgare è legata prevalentemente a testi di carattere pratico: questo accadeva perché ancora molti letterati amavano scrivere in latino e lasciavano ai mercanti l’uso del volgare. Infatti alla classe mercantile e in generale alla nuova borghesia cittadina il latino risultava scomodo per rispondere alle proprie esigenze, dal momento che non era più compreso ai più. C’è chi, come il retore Guido Faba, ha quindi messo a disposizione le proprie conoscenze per aiutare – probabilmente i suoi studenti dello Studio bolognese- a scrivere e a parlar bene in volgare, offrendo precetti e consigli per produrre lettere retoricamente corrette (Gemma purpurea), proprio come avveniva con le artes dictandi latine, e per parlare correttamente in pubblico (Parlamenta et epistole).

Tra i più prolifici scrittori di lettere in volgare un posto di rilievo è occupato dal frate Guittone d’Arezzo. Lontane dall’essere pensate per un pubblico popolare, le epistole guittoniane, rivolte prevalentemente ai suoi confratelli, sono cariche di intenti morali rivolti sia ai religiosi che ai laici. Il tutto condito da un virtuosismo formale con cui Guittone fa sfoggio delle sue grandi abilità retoriche.

Insegnare, moralizzare

La prosa volgare del Duecento ha spesso una finalità didascalica: l’obiettivo degli autori è infatti quello di diffondere e approfondire cognizioni nei diversi ambiti culturali, al centro dei quali pongono sempre la ricerca della virtù. Tra i trattatisti dell’epoca ricordiamo Bono Giamboni, autore di numerosi volgarizzamenti dal latino e del Libro de’ vizi e delle virtudi, un viaggio allegorico fra Fede, Virtù, Vizi e Superbia. Altrettanto importante è l’apporto dato dalle prediche in volgare dei sacerdoti, ricche di exempla e modelli dai quali i fedeli dovevano trarre insegnamento (Giordano da Pisa).

La prosa narrativa

Si diffonde nel corso del Duecento anche la prosa agiografica, cioè una produzione legata al racconto di vite di santi, da proporre come modello di virtù. In questa direzione, grande è stato il lavoro compiuto dal frate domenicano Iacopo da Varazze che, nella sua Legenda aurea, ha raccolto 182 racconti dedicati alle vite dei santi e alle feste cristiane, disposti secondo il calendario liturgico. Anche la produzione laica ha tra le sue finalità quella di educare moralmente i propri lettori: le più antiche raccolte in volgare sono infatti racconti di vite che intendono formare e ammaestrare. (Conti senesi, Conti di antichi cavalieri, Fiori e vita di filosofi ed altri savi e imperadori).

 

Il Novellino L’intenzione di educare e divertire è propria anche di quei testi – definiti originali – che assorbono spunti tratti da diverse esperienze letterarie precedenti straniere o latine. Il Novellino, raccolta anonima della fine del XIII secolo, è composto di cento brevi novelle di argomento vario che hanno come comune obiettivo quello di far ridere il lettore, ma anche fornire modelli di comportamento (saper vivere e saper ben parlare) ai ceti borghesi, nonché quello di stupire, con racconti fantastici dal finale inaspettato. Il Novellino mostra altresì un gusto sofisticato per la narrazione e un’attenzione particolare alla forma (forse più che al contenuto), alla battuta arguta o spiritosa di chiusura che lascia stupito il lettore.