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Torquato Tasso

Torquato Tasso nasce a Sorrento nel 1544. Suo padre Bernardo, già noto scrittore, è segretario e diplomatico del principe di Salerno, che seguirà in esilio negli anni successivi. A Padova, Torquato si forma frequentando qualche corso universitario e fa amicizia con Scipione Gonzaga, che lo convince anche a entrare nell’accademia degli Eterei. Trasferitosi con il padre al servizio del cardinale Luigi d’Este, Torquato pubblica a Venezia il suo primo poema, il Rinaldo. L’ambiente delle corte ferrarese entusiasma il giovane Tasso che a sua volta è apprezzato da molti per la sua cultura e la sua eleganza. Passato al servizio del duca Alfonso, pubblica nel 1573 la favola pastorale, Aminta.

La vita

I problemi psichici
Sono anni prolifici ma con risvolti inquieti: Tasso comincia a sentirsi invidiato dagli altri cortigiani del duca, oltre che tormentato dall’idea che il suo poema in ottave – su cui stava lavorando - ispirato alla prima crociata non rispettasse fino in fondo le regole della Controriforma. A seguito della sua autodenuncia all’inquisitore di Ferrara, Alfonso fa rinchiudere il poeta nelle carceri del Castello Estense; Tasso riesce a fuggire e, dopo aver vagato per l’Italia, rientra nel 1579 a Ferrara per partecipare al matrimonio del suo signore. Quest’ultimo non apprezza l’irruzione di Tasso e lo fa rinchiudere come “pazzo” all’Ospedale di Sant’Anna dove rimarrà 7 anni.

La Gerusalemme conquistata e gli ultimi anni 
Mentre è rinchiuso e contro la sua decisione, nel 1581 viene pubblicata la Gerusalemme liberata e qualche anno dopo il suo scritto teorico i Discorsi dell’arte poetica. Ottenuta nel 1586 la sua liberazione per intercessione dei Gonzaga, Tasso pone da subito le mani sul poema, rifacendolo molto più “eroico” e religioso e meno legato al diletto del lettore: il risultato sarà la pubblicazione nel 1593 della Gerusalemme conquistata. Tasso risponde all’edizione “rubata” dei Discorsi con i Discorsi del poema eroico, pubblicati nel 1594, in cui rivede e corregge quanto scritto in precedenza: l’opera non deve più mescolare l’utile e il divertente, perché il solo scopo della poesia è il giovamento. Negli stessi anni inizia la stesura del Mondo creato per poi decidere di fermarsi a Roma, dove il papa Clemente VIII intendeva incoronarlo poeta in Campidoglio. Non riesce nella sua volontà perché il poeta si spegne nel 1595.

La poetica e il posto di Tasso nella storia della letteratura

Uno scrittore “riformato” 
Tasso soffre in sé i conflitti della propria epoca: nell’imporre a tutti ordine morale e dottrinale contro il pericolo dei musulmani, la Controriforma chiedeva altresì agli scrittori di essere al servizio della fede cattolica, con le proprie opere di invenzione.
Esauriti l’entusiasmo e la giocosità rinascimentale del Furioso, Tasso è pervaso dalla rigidità di un’epoca in cui si impone il ritorno al rigore morale ma anche compositivo in virtù dei precetti aristotelici di unità. Tasso abbandona dunque la struttura policentrica e multispaziale del poema cavalleresco del Furioso, con la proliferazione di nuovi episodi l’uno dall’altro, che difficilmente poteva concordare con la regola aristotelica dell’unità dell’azione. Scrive dunque un poema eroico di venti canti in cui la trama non si apre in mille rivoli e non è possibile perdere il filo della narrazione, il tutto privo dell’ironia e della fantasia che hanno contraddistinto l’opera di Ariosto, ma con uno stile magnifico, drammatico e sostenuto, in linea con l’importanza del tema.

Le opere

Le Lettere e le Rime         
Nel 1588 escono a stampa le Lettere familiari, non pubblicate secondo la volontà dell’autore ma trafugate durante la sua prigionia a Sant’Anna. Non un epistolario ma una raccolta di circa duemila lettere che raccontano la vita tormentata di un uomo sempre in dubbio e bisognoso di difendersi e di giustificare le proprie azioni.
Vi era invece un progetto per la pubblicazione delle Rime, divise innovativamente per temi: rime d’amore, di encomio e sacre; Tasso riesce a stampare solo i primi due volumi.

Il dramma pastorale: l’Aminta    
Scritto su commissione della corte estense, l’Aminta è messo in scena nel 1573. Si tratta di un dramma pastorale, una forma poetica nuova nata nel corso del Cinquecento, ispirata al mondo favoloso dei pastori e destinata alla rappresentazione, in cui venivano mescolati la commedia e la tragedia. Nella semplice trama – gli amori del giovane pastore Aminta e della ninfa Silvia - Tasso inserisce una fitta rete di richiami ai sentimenti, ai rapporti umani, alla sensualità nonché alla tradizione stilnovista e petrarchista. L’ambientazione boschereccia nasconde poi un’esaltazione della vita di corte, e i personaggi non sono altro che un travestimento dietro il quale si nasconde la corte ferrarese.

I Discorsi sull’arte poetica
Stimolato dall’ampio dibattito sul poema eroico e sul Furioso di Ariosto (che entrava in conflitto con i criteri aristotelici e controriformistici di unità e verosimiglianza), Tasso, che nel frattempo stava scrivendo il proprio poema, affronta anch’egli l’argomento nei Discorsi dell’arte poetica (usciti in edizione “pirata”). Per Tasso il poema eroico deve essere “storico” e “cristiano”: al centro un unico evento (la conquista di Gerusalemme), in cui sono inseriti dei brevi episodi e azioni fantastiche credibili, perché parte anche dell’immaginario cristiano. In questo modo si possono conciliare la fedeltà al vero e all’unità con l’esigenza di varietà dell’invenzione e di apertura a elementi magici e amorosi che rendono l’opera interessante al lettore. Lo stile, nel rispetto dei canoni aristotelici, deve essere magnifico, così come magnifica è la materia trattata.

La Gerusalemme liberata
Da un’idea maturata già nel 1560, Tasso termina la Liberata solo nel 1575. Non soddisfatto del risultato raggiunto, la sottopone alla correzione di due studiosi, la cui esasperata pedanteria aumenterà le nevrosi dell’autore. In un’epoca in cui forte si avvertiva la presenza turca, l’argomento centrale della Liberata, ossia la guerra tra i cristiani e i musulmani per la liberazione del santo Sepolcro, risponde all’esigenza di conciliare il motivo epico e quello religioso. La strada giusta è ovviamente quella dei cristiani che però, nel loro cammino, spesso si allontanano, ostacolati dalle loro incertezze e dalle loro passioni: fuorché Goffredo, capitano dell’esercito cristiano, molti guerrieri abbandonano per qualche tempo il loro centro, come Rinaldo che cade vittima delle lusinghe di Armida e Tancredi che insegue Clorinda, di cui poi si scoprono le origini cristiane. Tasso, come i suoi personaggi, non è insensibile all’amore, a cui non sa rinunciare, ma l’obiettivo è più alto, è quello di veicolare un messaggio di fede sulla cui strada l’amore diventa un ostacolo da superare, dolorosamente. L’inserimento di digressioni amorose e favolistiche risponde dunque all’intento di rendere più piacevole la lettura del testo, il cui messaggio principale è però quello educativo dei lettori e della salvezza della loro anima.

Il Re Torrismondo e il Mondo creato
Oltre a cimentarsi con la tragedia, nel Re Torrismondo domina il drammatico contrasto tra la passione amorosa e l’amicizia eroica, il “secondo” Tasso si cimenta in un poema dedicato ai sette giorni della Creazione. Il Mondo creato è la celebrazione dell’universo e delle sue creature, che l’uomo non può comprendere se non alla luce della presenza e dei piani di Dio.