DeA_L&D_icona_strumenti

L’Umanesimo

Leggendo gli umanisti del Quattrocento si avverte spesso, da parte loro, una sorta di incredulità: come avevano potuto, gli uomini del Medioevo, trascurare a tal punto la meravigliosa eredità culturale dei greci e dei latini? Si trattava di recuperare quel patrimonio di intelligenza e di bellezza, di trovare i manoscritti che lo tramandavano, di studiarli, di procurare nuove e più affidabili edizioni delle grandi opere dell’età classica. Ma le conseguenze di quello che chiamiamo Umanesimo andarono ben oltre la sfera della cultura universitaria. Innanzitutto perché la riscoperta dei classici insegnò agli intellettuali del Quattrocento un modo diverso, più raffinato di usare il latino, e li obbligò a rivedere dalle fondamenta le loro idee sulla storia delle lingue: di fatto, anche nella discussione intorno alla lingua volgare, che si svilupperà nel corso del Quattrocento e del Cinquecento, i riferimenti al modello latino saranno continui. In secondo luogo perché la riscoperta dei classici significò anche la riscoperta del modo di vivere degli antichi, e in particolare dei loro ideali civili. L’uomo è un essere meraviglioso: sono stati gli umanisti a dire per la prima volta a chiare lettere questa banale verità.

Antichi e moderni

L’importanza della ricerca e della filologia 
Parlare di umanesimo significa trattare di studiosi che, nel recupero del patrimonio e della bellezza delle opere antiche, cominciano a ripensare anche alla vita, all’arte e alla posizione dell’uomo stesso nel mondo. La ricerca appassionata e continua dei manoscritti antichi (nella quale Poggio Bracciolini fu particolarmente attivo) e l’interpretazione dei classici – molto lontana da quella distorta del Medioevo – erano seguite da una precisa indagine filologica che intendeva ripristinare il testo nella forma originaria datagli dall’autore. La filologia, oltre che uno strumento per emendare i classici, permetteva anche una migliore interpretazione dei testi del passato: ne è un esempio il De falso credita et ementita Constantini donatione, con cui Lorenzo Valla dimostrava, con una precisa analisi filologica, la falsità della cosidetta “Donazione di Costantino”, il documento che era alla base del potere temporale della chiesa.  

La lingua e il rapporto con gli autori antichi
La conoscenza delle opere latine e greche influenzò molto anche il modo di scrivere degli umanisti che si rivolgevano ai classici come fonte di ispirazione e spesso di imitazione linguistica. Nasce dunque il bisogno di stabilire i parametri di tale imitazione: secondo Poliziano, non può limitarsi alla semplice replica di stili e linguaggio degli antichi ma deve sempre e comunque dar voce alla personalità dello scrittore.

 

La carriera degli umanisti e l’umanesimo civile        
Vivace era la vita degli intellettuali umanisti nelle corti d’Italia. Molti venivano chiamati dai signori per dare lustro alla propria potenza, altri intraprendevano la carriera ecclesiastica per godere così delle rendire e essa legate, altri ancora diventavano funzionari papali. In ogni caso si sviluppa nel corso del Quattrocento la propensione degli intellettuali a un approccio alla cultura classica non solo in maniera teorica ma anche pratica, che vedeva la lezione degli antichi quale fonte di ispirazione per il miglioramento della vita sociale delle città e personale (umanesimo civile).

 

La tradizione volgare

Leon Battista Alberti          
Oltre che in latino, molti umanisti decidono di scrivere in volgare, dato che le due lingue erano ormai ritenute di pari dignità, sebbene con qualche resistenza. Di tutt’altro avviso era invece Leon Battista Alberti, uomo dalle mille qualità, il quale decide di cimentarsi nella scrittura della prima Grammatica della lingua toscana, puntando e credendo nelle qualità e nella forza del nuovo idioma. Non ebbe fortuna però il concorso poetico in volgare promosso a Firenze nel 1441, il Certamen coronario, proprio per via delle rimostranze di molti. Sempre nella direzione di promuovere l’uso del volgare è la scelta di Alberti di scrivere i suoi quattro Libri di famiglia in lingua volgare: considerata l’importanza dell’argomento, l’intenzione era quella di essere utile a tutti.

L’uomo tra grandezza e miseria: l’uomo camaleonte, l’uomo bolla
Nella rilettura del mondo classico e precristiano, gli intellettuali spingono la riflessione verso la rivalutazione dell’esistenza terrena dell’uomo e verso la sua dignità. Giannozzo Manetti (De dignitate et excellentia hominis) e Giovanni Pico della Mirandola (Oratio de hominis dignitate) illustrano il miracolo della vita umana e l’eccellenza dell’uomo nel suo non essere predeterminato bensì dotato da Dio di libero arbitrio: la responsabilità delle proprie scelte è ciò che lo rende un essere eccezionale. A sottolineare invece la precarietà della vita e la sua fragilità, quindi in contrasto con l’idea di molti sulla centralità dell’uomo nell’universo, c’è Filippo Beroaldo che definisce l’uomo “una bolla”, ossia qualcosa di effimero, che ora c’è ma nel breve tempo non ci sarà più.