La vita delle donne

«... Nessun prodotto filosofico, scientifico o artistico, degno del livello più elevato, è stato opera di una donna.» Questa frase non è stata pronunciata da uno sciocco o da un misogino. Al contrario, è stata scritta da John Stuart Mill, uno dei massimi pensatori inglesi dell’Ottocento, autore di un saggio meraviglioso intitolato Sulla libertà, e anche di una serie di interventi scritti insieme alla moglie Harriet Taylor (oggi li si legge nel volume dal titolo Sull’eguaglianza e l’emancipazione femminile), interventi che sono tra i primi a porsi in maniera seria il problema dell’emancipazione delle donne. Mill non formulava un giudizio, constatava un fatto: sino alla sua epoca (Mill nacque nel 1806 e morì nel 1873), le donne non avevano mai potuto esprimere liberamente la loro intelligenza nella filosofia, nella scienza, nell’arte. E non solo, potremmo aggiungere, le donne non erano mai state grandi produttrici di cultura, ma quasi sempre erano anche state private della possibilità di partecipare alla cultura come semplici utenti perché le loro famiglie non le mandavano a scuola e perché le loro esistenze si piegavano a una gamma ben ristretta di possibilità: sposarsi giovanissime e badare al marito e ai figli, lavorare in casa o nei campi, entrare in convento (se appartenevano a famiglie benestanti). Le cose sono cambiate radicalmente nel secolo e mezzo che ci separa da Mill. Possiamo anzi dire che in questo secolo e mezzo, almeno in Occidente, la condizione femminile è cambiata più di quanto sia cambiata in tutta la storia umana precedente. Le donne italiane oggi votano e possono essere elette in Parlamento, mentre non votavano e non erano eleggibili fino al 1946 (il 2 giugno di quell’anno votarono per la prima volta al referendum che chiedeva ai cittadini italiani di scegliere tra la monarchia e la repubblica). Le donne italiane oggi possono diventare magistrati, o entrare in polizia, ma anche queste sono conquiste recenti: fino al 1963 la carriera in magistratura era loro preclusa, e quella in polizia lo è stata fino al 1981. Le donne italiane oggi hanno diritto al congedo di maternità, mentre fino a pochi decenni fa potevano essere facilmente licenziate dal datore di lavoro quando rimanevano incinte. Con la riforma del diritto di famiglia del 1975 (Legge n. 151), inoltre, le donne italiane hanno ottenuto pari diritti rispetto all’uomo (mentre sino ad allora il marito esercitava la patria potestà sui figli e deteneva la proprietà del patrimonio familiare). Si potrebbe continuare: ma al di là dei provvedimenti legislativi favorevoli alle donne, ciò su cui è importante richiamare l’attenzione è il mutamento dei rapporti tra uomini e donne a livello sociale, un mutamento che ha trasformato radicalmente i costumi e i caratteri degli italiani: gli uomini non più dominanti per legge (un dominio che trascolorava spesso nella violenza, morale o fisica), le donne non più sottomesse, confinate nella sfera familiare, private del diritto di essere qualcosa di diverso, qualcosa di più che mogli e madri. Ebbene, per misurare la profondità di questo mutamento, niente è più utile che ascoltare la voce di quegli intellettuali e di quegli scrittori (o scrittrici) che lo hanno vissuto, e gli hanno dedicato le loro riflessioni o i loro racconti.