Il postmoderno

In questo manuale ci siamo raccomandati spesso: non bisogna avere troppa fiducia nelle etichette storiografiche: Stilnovo, Umanesimo, Barocco, Decadentismo, Modernismo... Sono termini che servono a descrivere in breve un’epoca della storia o della letteratura, ma sono – non dimentichiamolo – semplificazioni: le cose sono sempre più varie e complicate. Con la medesima cautela bisogna adoperare il termine “postmoderno”, con il quale molti studiosi definiscono l’epoca storica nella quale viviamo oggi, e che sarebbe iniziata verso la metà del Novecento. La diffusione del termine “postmoderno” si deve soprattutto a un libro molto fortunato del filosofo francese Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna (1979), nel quale l’autore prendeva atto della fine delle grandi narrazioni (grands récits), ovvero delle visioni del mondo totalizzanti, che pretendono di dire “come sono andate le cose” (e come dovrebbero andare in futuro), e di abbracciare insomma con il pensiero la complessità del reale.
Oltre che nell’ambito della filosofia e delle scienze sociali, il concetto di postmoderno è stato usato spesso per descrivere le trasformazioni che si sono verificate in questi ultimi decenni nel campo dell’architettura, della pittura, del cinema e della letteratura. In Italia, in particolare, la critica ha rubricato sotto l’etichetta di “postmoderni” scrittori come Umberto Eco, Italo Calvino (il Calvino “tardo”, di Se una notte d’inverno un viaggiatore e Palomar), Luigi Malerba, Sebastiano Vassalli, Pier Vittorio Tondelli, Antonio Tabucchi. Sono etichette, lo ripetiamo: e non dicono granché di significativo sulla personalità di questi autori o sulle loro opere.