I 400 colpi

Di film con e sui bambini è piena la storia del cinema, e quasi tutti hanno lo stesso difetto: sono girati ad altezza di adulto, quindi portati a guardare l’infanzia dall’alto in basso, con indulgenza o compassione. I 400 colpi (Les Quatre Cents Coups) evita di cadere in questa trappola, grazie al fatto che il film è per molti aspetti un’autobiografia del regista, il francese François Truffaut (1932-1984), o meglio un’autobiografia del regista da giovane. Truffaut ha avuto un’infanzia tormentata, in parte trascorsa in riformatorio, ed è proprio questa l’esperienza che ispira il film. Egli crea il personaggio di un ragazzino, Antoine Doinel (che è un’evidente proiezione di se stesso bambino), e lo segue attraverso le sue vicissitudini: le liti con i genitori, le miserie dell’educazione scolastica, i piccoli reati, l’arresto, la detenzione in riformatorio. Tutto questo viene raccontato con grande asciuttezza, resistendo alla tentazione di ricavare dalle disgrazie di Antoine una storia edificante che commuova il pubblico. Antoine non è un bambino “carino e simpatico” come quelli dei film di Hollywood. Al contrario: è taciturno, introverso, ispido. Guarda gli adulti come se fossero marziani, ed è appunto su questa distanza siderale tra il bambino e il mondo circostante che Truffaut imposta il film. Il ritratto di Antoine passa attraverso l’indugio della macchina da presa sul suo volto, sui suoi gesti, spesso insignificanti, quasi che il senso profondo del personaggio stia lì e che l’unica cosa da fare, per afferrare l’anima di Antoine, sia non ascoltarlo bensì, semplicemente, “guardarlo”. Come disse a suo tempo lo stesso Truffaut, nel film «tutto era depurato, ogni gesto era il solo possibile». Da questa grande attenzione per i gesti e gli sguardi di Antoine trapela una forma di rispetto per l’infanzia e le sue ferite nella quale non c’è ombra di paternalismo, nessun atteggiamento pedagogico, nessuna volontà di insegnare o di correggere. Il film segna inoltre, alle soglie degli anni Sessanta del Novecento, un modo nuovo di concepire il cinema da parte di Truffaut, incline a raccontare storie che lo coinvolgono in prima persona, spesso fortemente autobiografiche, nella convinzione che è opportuno parlare soprattutto di ciò che si conosce direttamente. In seguito, Truffaut si dimostrerà un regista eclettico, capace di allontanarsi dalla sfera del racconto personale realizzando film molto suggestivi sul mondo del cinema (Effetto notte), oppure portando sullo schermo un classico della fantascienza moderna (Fahrenheit 451, dall’omonimo romanzo dello scrittore americano Ray Bradbury) e un paio di romanzi del grande scrittore poliziesco Cornell Woolrich (La sposa in nero, La mia droga si chiama Julie). Truffaut non si dimenticherà però del suo alter ego, tant’è vero che ad Antoine Doinel dedicherà altri quattro film, seguendone gradualmente il passaggio dall’infanzia alla maturità. Ma nessuno di questi riuscirà a cogliere con la stessa efficacia di I 400 colpi le turbolenze emotive del protagonista, nessuno sarà all’altezza di questo assoluto capolavoro.