Apocalypse Now

Quattordici mesi di lavorazione nelle Filippine, l’attore principale (Martin Sheen) colpito da infarto, un uragano che devasta il set, il regista e altri membri della troupe ricoverati in ospedale per malnutrizione: forse nessun film, nella storia del cinema, è stato tanto difficile da girare quanto Apocalypse Now. La leggenda vuole che l’ultimo giorno di riprese un assistente alla produzione abbia afferrato il megafono e urlato alla troupe: «Ragazzi, non ho mai visto così tanta gente contenta di tornare disoccupata!». Eppure, il cinema a volte va così: dalle disgrazie, dalla confusione e dagli imprevisti sbocciano imprevedibilmente film memorabili.
Il regista, l’italo-americano Francis Ford Coppola (nato nel 1939), si ispira a Cuore di tenebra (1902), un bellissimo racconto di Joseph Conrad che narra la storia di un marinaio inglese il quale, arrivato in Africa centrale per dirigere una compagnia commerciale specializzata nella compravendita dell’avorio, scopre che un suo connazionale, Kurtz, ha perso completamente la ragione e vive, idolatrato dagli indigeni, in un villaggio sperduto nella foresta. A partire da questa immagine – quella di una civiltà che si lascia gradualmente sopraffare da forme più elementari e primitive di esistenza – Coppola trova l’ispirazione giusta per parlare di un tema apparentemente molto diverso: la guerra in Vietnam.
La storia viene dunque ambientata ai tempi dell’invasione statunitense del Vietnam, gli anni Sessanta del XX secolo, e diventa un’epopea sulla follia della guerra e sull’imbarbarimento degli esseri umani che sono costretti a combatterla. Ma rispetto a tanti altri film che assumono una posizione critica nei confronti della guerra in Vietnam, Apocalypse Now è infinitamente più originale e coraggioso. Con uno stile magniloquente, barocco, Coppola realizza una sorta di epica dell’orrore e della barbarie, insinuando nello spettatore il dubbio che anche l’abiezione umana possa in definitiva avere, a tratti, una sua malsana grandezza. Diverse le scene memorabili, dal raid degli elicotteri americani su un villaggio vietnamita (con in sottofondo La cavalcata delle valchirie di Wagner) alla visita delle conigliette di Playboy, chiamate a tirare su il morale dei soldati al fronte, fino all’incontro finale tra il protagonista e Kurtz, che nel film è un colonnello americano che si è costruito un piccolo regno personale nel cuore della giungla. Interpretato da Marlon Brando, uno dei più grandi attori americani del dopoguerra, il personaggio di Kurtz viene trasformato dal regista in un essere spettrale che si muove nella semioscurità, la cui sinistra immaterialità incarna con spaventosa efficacia il “cuore di tenebra” di cui scriveva Conrad.