La dolce vita

A spiegare l’impatto del film, la sua capacità di incendiare l’immaginario degli italiani, basterebbe il fatto che dal suo titolo ha avuto origine un’espressione che prima non esisteva e che è poi entrata a far parte del linguaggio corrente: “fare la dolce vita”, ovvero trascorrere un’esistenza pigra e inconcludente, mondana e superficiale, sregolata e notturna. È appunto così che il protagonista – Marcello Rubini (interpretato da Marcello Mastroianni), giornalista e aspirante romanziere – dilapida la sua intelligenza: una notte bianca dopo l’altra, di festa in festa e di donna in donna, rinviando all’infinito il momento di fare i conti con se stesso. Intorno a questo personaggio il regista, Federico Fellini (1920-1993), dispone una girandola di animali notturni altrettanto inconsistenti: nobili decaduti, dive hollywoodiane, borghesi annoiati, ballerine di quart’ordine e soprattutto i “paparazzi”, quei fotoreporter che, come uccelli rapaci, sono pronti a catapultarsi sulla prima disgrazia che capiti loro a tiro, nella speranza di scattare un’istantanea da prima pagina. Per descrivere una vita votata al Nulla serve un talento narrativo fuori del comune, altrimenti il film rischia di restare impigliato nella stessa noia che vorrebbe raccontare. Fellini – uno dei pochi artisti italiani del XX secolo ad aver raggiunto una fama internazionale – si inventa una struttura fluida, fatta di episodi che danno sempre l’impressione di essere delle digressioni, delle pause rispetto all’asse centrale del racconto. Finché ci rendiamo conto che le digressioni sono il racconto e che è questa l’unica maniera possibile per raccontare la vita quotidiana di un uomo che, a guardare bene, una vera vita non ce l’ha. Per dare al film questa bizzarra forma narrativa, Fellini dovette resistere alle pressioni del suo primo produttore, Dino De Laurentiis, che avrebbe voluto un’opera più uniforme e per questo motivo lo piantò in asso, costringendolo a trovare nuovi finanziatori. Ma La dolce vita dimostra che aveva ragione Fellini, perché l’inconcludenza di Marcello si incastra alla perfezione in questa catena di episodi così simili nel tono e quasi intercambiabili nell’ordine: come se solo questa costruzione “morbida”, slegata, potesse descrivere adeguatamente la paralisi interiore del protagonista. Fa eccezione l’epilogo: su una spiaggia (luogo prediletto da Fellini per la conclusione dei propri film) Marcello vede in lontananza una ragazza conosciuta in precedenza ma, a causa della distanza, non riesce a parlarle, a entrare in contatto con lei; chiaro simbolo del fatto che, nella sua dispersione senza scopo, Marcello non ha mai veramente conosciuto qualcuno e forse non ha mai nemmeno veramente vissuto. Un finale passato alla storia: breve, intenso, cattivo; un pugno nello stomaco con il quale Fellini, dopo quasi tre ore spese a descrivere le notti brave del protagonista, lo inchioda alla sua miseria di uomo mancato.