Fight Club

Così come in letteratura, anche al cinema sono molti i racconti che seguono i pensieri di un personaggio, riflettendo dal principio alla fine il suo punto di vista. In Fight Club l’idea viene portata all’estremo, anzitutto sotto il profilo visivo: il film si apre infatti con la macchina da presa che si trova nella testa del protagonista e si muove con leggerezza all’interno della sua corteccia cerebrale, uscendo infine dalla bocca. Inizio folgorante e tutt’altro che casuale, visto che Fight Club fa propria la logica allucinata di un grigio impiegato (interpretato da Edward Norton) che, prigioniero di una routine che lo sta consumando, viene “salvato” dall’incontro accidentale con Tyler Durden (Brad Pitt), un macho arrogante e violento che gli capovolge l’esistenza. Insieme, i due fondano il Fight Club del titolo: un circolo clandestino nel quale persone normali che fanno lavori normali si affrontano in combattimenti a mani nude. Fondati sull’idea che l’aggressività è un farmaco e che le botte, date e ricevute, sono un ottimo antidoto alla banalità della vita quotidiana, i Fight Club si moltiplicano in tutta l’America. A frequentarli è gente qualunque, tanto mansueta e gentile di giorno quanto sanguinaria di notte, quando il “club” – negli scantinati dei palazzi, nei terreni abbandonati, in parcheggi di periferia, ovunque sia possibile dimenticare il decoro, la rispettabilità e il raziocinio – apre le sue porte agli iscritti. 
Tratto da un romanzo dell’americano Chuck Palahniuk e diretto da David Fincher (nato nel 1962), lo stesso regista del film su Facebook (The Social Network) di qualche anno dopo, Fight Club è uno dei film più inquietanti e, al tempo stesso, divertenti degli ultimi vent’anni. Celebra con sfacciato compiacimento la violenza, indicandola addirittura come una buona terapia contro la noia, e lo fa con uno stile brillante, velocissimo nel ritmo e nei dialoghi, pieno di battute lapidarie ormai passate a proverbio («Prima regola del Fight Club, non parlare del Fight Club»). Sebbene la premessa concettuale – picchiarsi è bello, utile, addirittura indispensabile – sia di quelle piuttosto difficili da accettare, il film esercita un fascino strano, torbido, forse legato al fatto che lo spettatore viene costretto a meditare sulla componente animale, presente e ineliminabile in tutti gli esseri umani. Poco amato dagli insegnanti, che su questi temi preferiscono raccomandare agli studenti opere più concilianti, Fight Club è in realtà il film ideale per una riflessione e una discussione originale sulla violenza.