La folla

Nelle intenzioni del regista King Vidor (1894-1982), il film avrebbe dovuto chiamarsi One of the Crowd (“Uno della folla”), ma la produzione giudicò il titolo rischioso, persino eversivo. A essere eversivi, per l’epoca, sono comunque i contenuti. Rimasto senza famiglia in tenera età, il protagonista, ormai adulto, decide di trasferirsi a New York per cercare fortuna. È convinto di valere più degli altri e ritiene che la metropoli sia il luogo adatto per dimostrarlo. Crede di poter arrivare in alto, ma in realtà non va da nessuna parte: moglie, due figli, un lavoro d’ufficio come tanti altri, le ambizioni che finiscono in un cassetto della scrivania. Di solito i film cominciano di qui, dal senso di insoddisfazione di un uomo qualunque che vorrebbe provare il brivido di una vita alternativa. La folla invece qui finisce, dopo aver descritto nel dettaglio una traiettoria umana fatta di delusioni, insoddisfazione e rimpianti.
In un periodo – gli anni Venti del Novecento – in cui le persone arrivano a New York da tutta l’America, attratte dal miraggio della “grande opportunità”, questo film muto racconta l’altra faccia del sogno americano: neutralizzato e risucchiato dalla folla, a dispetto degli sforzi che fa e delle ambizioni che nutre, il protagonista non riesce mai a sollevarsi al di sopra della massa della metropoli e tanto meno a distinguersi nella sua professione. Con una punta di sadismo, il regista lo inquadra quasi sempre in mezzo a fiumi di persone (al bar o in metropolitana, in ufficio o al cinema), per ribadire come la città sia ostile ai suoi sogni di grandezza.
Nei primi tre decenni del Novecento i massicci flussi di immigrazione verso le grandi città avevano alimentato pregiudizi antiurbani, che il film in qualche modo raccoglie e rielabora, senza però cadere nel moralismo. La New York di La folla non è un luogo di perdizione e corruzione, com’è invece nei film sui gangster, che conoscono in questi anni il loro momento di massima popolarità. Il protagonista John Sims – nome banale, come il destino che lo attende tra i grattacieli – non viene punito bensì normalizzato, ricondotto all’ordine di quella quotidianità alla quale avrebbe voluto, in principio, sottrarsi. E la banalità della vita di John Sims, la banalità del suo fallimento, è anche ciò che rende il film ancora attuale. «Strano», scrisse un critico americano all’epoca, «i caratteri si comportano come esseri umani, non come i personaggi di un film». Ed è esattamente questa la qualità che ha permesso al film di invecchiare così bene e di diventare una parabola senza tempo sulla grande città come teatro delle illusioni perdute.