Ladri di biciclette

Ladri di biciclette è uno dei titoli più citati dai registi moderni quando si domanda loro quali sono i film che li hanno influenzati. Da una parte c’è un regista, Vittorio De Sica (1901-1974), che durante il fascismo è stato uno degli attori più popolari del cinema italiano e che, passato dietro la macchina presa, cura soprattutto l’interpretazione degli attori, spesso assegnando le parti principali a debuttanti, in modo da poterne plasmare liberamente la recitazione. Dall’altra parte c’è uno sceneggiatore, Cesare Zavattini, convinto che il cinema debba voltare pagina, smetterla con le storie ambientate in mondi immaginari, guardare la realtà di tutti i giorni per trovarvi piccoli e grandi drammi quotidiani da portare sullo schermo. Diversi come il giorno e la notte per personalità e idee sul cinema, De Sica e Zavattini hanno dato vita a un sodalizio artistico che è durato trent’anni ed è un piccolo miracolo di complementarità. Ladri di biciclette racconta la storia di un disoccupato che – a Roma, subito dopo la fine della guerra – trova lavoro come attacchino e poco dopo lo perde perché gli viene rubata la bicicletta, che per svolgere quel lavoro è indispensabile. In linea di principio, il film racconterebbe i tentativi che il protagonista fa per ritrovare, in compagnia del figlio, la bicicletta rubata nelle vie di Roma e della periferia. In realtà, mai come in questo caso a contare veramente è il percorso e non l’obiettivo. A fare il film, a costituirne il cuore e la bellezza, sono i tanti incontri occasionali, le tante situazioni buffe, grottesche, tragiche nelle quali si trovano coinvolti padre e figlio, i quadri di vita metropolitana che fotografano con grande efficacia la miseria materiale e morale di una città appena risvegliatasi dalla guerra. Zavattini contraddice così l’idea hollywoodiana di un cinema ancorato a una linea narrativa forte, che segue le vicende del protagonista senza prestare attenzione allo sfondo. In Ladri di biciclette è proprio lo sfondo che conta; il contorno diventa il centro. O meglio, il centro non esiste, tutto è importante alla stessa maniera. Ma questo non sarebbe stato sufficiente a farne un grande film. Fondamentale è stata la regia di De Sica, capace di distillare perle di verità interpretativa anche dall’ultima delle comparse e di dare quindi a ogni situazione la credibilità necessaria a sorreggere il disegno complessivo del suo sceneggiatore. Tutti i racconti di viaggio e di peripezie urbane che, dagli anni Sessanta a oggi, hanno riempito i nostri schermi devono qualcosa a questo film: come minimo l’idea di usare il viaggio, l’esplorazione della città come calamita narrativa intorno alla quale vanno spontaneamente a raccogliersi situazioni, eventi e personaggi.