Metropolis

I grandi film si ritagliano un posto nell’immaginario di massa a partire dalla forza di alcune immagini. Quelle del film muto Metropolis (che hanno ispirato anche un celebre video dei Queen, per la canzone Radio Ga Ga) consistono in una serie di quadri di vita urbana: una città piena di grattacieli, con le automobili che corrono su gigantesche piste sopraelevate. Quando il film venne realizzato, alla metà degli anni Venti del Novecento, i grattacieli erano rarissimi e quasi tutti concentrati a New York: ma tanto era bastato per scatenare la fantasia di urbanisti e architetti, che ne invocavano la costruzione. Si pensava che le metropoli del futuro ne sarebbero state piene e che la loro imponenza avrebbe simboleggiato – come le piramidi dell’antico Egitto – la potenza e il prestigio della grande città che ne avesse finanziato l’edificazione. Il regista del film, Fritz Lang (1890-1976), affermò a suo tempo che l’idea per le scenografie gli era venuta quando, arrivato a New York in nave, si era trovato davanti allo skyline della metropoli. In effetti, se pensiamo alla giungla di grattacieli che segna oggi il profilo di quasi tutte le grandi città, l’impressione è che l’idea di avvenire fosse, quasi un secolo fa, molto prossima a quella che poi si è realizzata. Eppure, pur fotografando una realtà non troppo avveniristica, la storia del cinema ha dimostrato che Metropolis è il film di fantascienza per eccellenza, un punto di riferimento imprescindibile per qualsiasi successivo tentativo di disegnare il futuro su grande schermo, sotto almeno due aspetti. Il primo implica l’idea che la città del domani sarebbe stata verticale, aerea, slanciata verso l’alto, e che questo orientamento verso il cielo avrebbe rispecchiato le condizioni economiche dei suoi abitanti. Nel film, infatti, lo spazio urbano è lo specchio di una rigorosa gerarchia sociale, che vede i ricchi abitare in alto, in lussuose residenze piene di giardini pensili, e i lavoratori uccidersi di fatica nei bassifondi. Il secondo aspetto si riassume nell’idea che la città possa spersonalizzare l’individuo, privarlo della sua identità dopo averlo ridotto a pura forza-lavoro manuale. La struttura drammatica del film per- ciò ruota intorno alla creazione di un robot, Maria, che ha le stesse sembianze della protagonista, pur essendo naturalmente sprovvista della sua emotività. Ben di rado la fantascienza cinematografica ha saputo prescindere da questi due elementi (la città verticale e la solitudine dell’individuo che la abita), che ritroviamo dunque rielaborati in vario modo anche in film di grande successo più recenti come Blade Runner (1982) o Minority Report (2002). A conferma del fatto che la visione del futuro materializzata in Metropolis – una società urbana radicalmente divisa in ricchi e poveri, e ad alto rischio di spersonalizzazione, dove gli abitanti risultano talmente uguali gli uni agli altri da somigliare alle macchine – non ha mai smesso di generare inquietudine. E la fantascienza, come l’horror, sa molto bene come giocare con le nostre paure.