Psycho

La sequenza della doccia – la ragazza si lava, il maniaco le si avvicina, scosta la tenda e la pugnala a morte – è probabilmente la più celebre di tutta la storia del cinema. Intorno a quella scena c’è però un film non meno denso di invenzioni visive e narrative, che fanno di Psycho un vero e proprio caposaldo del genere thriller. In primo luogo, Alfred Hitchcock (1899-1980) sceglie come protagonista una ragazza che alla metà del film, quando appunto entra nella doccia, esce di scena, venendo uccisa: soluzione inedita per l’epoca, quando il personaggio principale accompagnava lo spettatore dalla prima all’ultima sequenza. In secondo luogo, aggira con eleganza la censura facendo indovinare le cose senza mostrarle apertamente e costruendo intorno al tema della morbosità sessuale una rete di rimandi simbolici (dagli animali impagliati che decorano il motel alla casa spigolosa e oscura che gli sta di fronte, una specie di versione moderna dei castelli della letteratura gotica). Infine, Hitchcock inventa un personaggio che, negli anni a venire, sarebbe diventato di moda al punto da meritare un nome specifico: il “serial killer”, formula che definisce l’assassino senza movente, che uccide perché non può farne a meno, agitato da pulsioni sanguinarie che non riesce a controllare. Inoltre, fedele a uno stile che ha influenzato generazioni di cineasti, Hitchcock, qui come in altri suoi film, opta per un ritmo lento, flemmatico, apparentemente inadatto a un thriller, un ritmo in cui l’allusione prevale sempre sulla rappresentazione diretta. Inquadrata da lui, la ripresa di una scala ripida o della porta di una stanza mette i brividi più di una scena di violenza esplicita: l’assenza di una ragione narrativa che giustifichi la presenza di questi dettagli sullo schermo genera un senso di inquietudine che non scompare neppure quando l’immagine è svanita. Anche la sequenza della doccia deve la sua celebrità non tanto al fatto di essere diretta ed esplicita – all’inizio degli anni Sessanta del XX secolo, qualsiasi visione di un corpo nudo, martoriato o meno, sarebbe stata proibita dalla censura –, quanto alla sapienza espressiva con cui si alternano pochi dettagli: la tenda, il sangue, lo spruzzo dell’acqua, la mano della ragazza, lo scarico della doccia. È un montaggio che ha fatto epoca e che ha portato diversi cineasti a cimentarsi – ora con serietà, ora, come nel caso dell’americano Mel Brooks in Alta tensione (1977), con intenti parodici – con la medesima situazione visiva.