Pulp Fiction

È una delle pietre miliari del cinema contemporaneo e, nello stesso tempo, uno dei film più amati, citati e chiacchierati della nostra epoca. Il suo autore, Quentin Tarantino (nato nel 1963), passa la gioventù a fare il commesso in un videonoleggio, dove ha modo e tempo di fare indigestione di film di genere e di serie B, delle nazionalità e qualità più disparate (per quanto riguarda l’Italia, Tarantino ha contribuito alla rivalutazione di registi dimenticati come Lucio Fulci e Mario Bava). Invece di produrre un cinefilo serio e competente, questa scorpacciata di film genera uno sceneggiatore dall’estro disordinato e geniale, indifferente ai confini tra i generi. Nell’universo narrativo di Tarantino tutto è possibile, molto è probabile, nulla è vietato. Le storie si aprono senza chiudersi, anzi generandone di ulteriori, che a loro volta possono diramarsi in altre direzioni ancora, oppure tornare alla situazione di partenza, vista però dalla prospettiva di un personaggio differente. E dramma e commedia si mescolano: i killer seminano morte ma fanno anche ridere, un po’ come avviene nei fumetti, mentre la messa in scena esplode di invenzioni visive e citazioni da altri film, spesso misconosciuti. Film che appartengono a quella galassia di cinema trascurato e trascurabile della quale Tarantino è il fan più devoto. Pulp Fiction, il suo secondo film, è una specie di summa di tutte queste qualità. Il racconto scappa in tutte le direzioni e di minuto in minuto si arricchisce di figure strampalate, che spesso vivono per lo spazio di poche sequenze per essere poi rimpiazzate da personaggi altrettanto bizzarri. L’impressione è quella di un film che, in quasi tre ore, mette insieme un numero di trovate che basterebbero a dar vita a una trilogia (non è strano che un successivo film di Tarantino, Kill Bill, sia diviso in due parti). Lo stile di Tarantino ha fatto molti proseliti, e oggi non sono rari i cineasti che, con più furbizia che abilità, riempiono i propri film di killer mattacchioni e scene di violenza sguaiate e grottesche. Ma è bene diffidare delle imitazioni, peraltro facilmente riconoscibili soprattutto là dove il talento di Tarantino eccelle: nei dialoghi e nella caratterizzazione dei personaggi. Non è un caso che la sua eccezionale capacità di scrittura cinematografica (egli è sempre anche sceneggiatore dei film che dirige) abbia dato nuova vita ad attori ormai incamminati verso l’oblio, com’è il caso, in Pulp Fiction, di John Travolta, riesumato dalle polveri del cinema dei primi anni Ottanta e riconsegnato alla fama grazie al ruolo del killer-ballerino Vincent Vega, uno dei personaggi più irresistibili del cinema contemporaneo.