Quarto potere

«Sono fortunato se mi lasciano fare un secondo film»: con questa dichiarazione, rilasciata appena arrivato in California, Orson Welles (1915-1985) battezza la sua collaborazione con Hollywood. Citizen Kane (in Italia Quarto potere) fu uno dei film più importanti mai realizzati, ma all’uscita nelle sale fu un mezzo flop. All’inizio degli anni Quaranta del Novecento Orson Welles è considerato un enfant prodige dalla cultura americana. I suoi adattamenti radiofonici di testi letterari hanno fatto epoca e scalpore, soprattutto quando, nell’ottobre del 1938, ispirandosi al romanzo di fantascienza La Guerra dei mondi, è riuscito a far credere agli ascoltatori che i marziani stavano davvero invadendo la terra. Il film Quarto potere, che rappresenta il suo esordio alla regia, è all’altezza del suo talento. È un film pieno di stranezze e contraddizioni. Inizia come un documentario, ma non è un documentario. Il protagonista è un uomo che, nella seconda sequenza del film, vediamo morire. Il percorso compiuto da un giornalista per ricostruire l’esistenza di quest’uomo, attraverso le testimonianze di persone che gli sono state vicine, confonde i contorni del personaggio anziché chiarirli, perché ciascun testimone restituisce di lui un’immagine diversa da quella data dagli altri. Quando il film finisce, Charles Foster Kane (questo il nome del protagonista, interpretato dallo stesso Welles) ci appare come un uomo saggio e scriteriato, egoista e generoso, crudele e compassionevole: tutto e il contrario di tutto, insomma. Già questo sarebbe stato sufficiente a scontentare i produttori di Hollywood, che prediligevano film lineari, centrati su personaggi trasparenti e non contraddittori. Ma in più Welles è trasgressivo anche nello stile, facendo del film un luogo di esplosiva creatività visiva, con immagini scentrate e bizzarre, segnate dalla profondità di campo o dal primissimo piano di un volto: uno stile pirotecnico, che avrebbe trasformato radicalmente il linguaggio del cinema. Come se questo non bastasse, il film mette in scena un tema che oggi, a oltre settant’anni di distanza, appare ancora estremamente attuale. Nella figura di Kane gli spettatori del tempo non potevano non riconoscere William Randolph Hearst, l’editore miliardario, uno degli uomini più potenti e temuti dell’epoca (una specie di Rupert Murdoch del primo Novecento). Il Quarto potere del titolo italiano è dunque quello del giornalismo: magnate della carta stampata, Kane usa la comunicazione come grimaldello per entrare nelle stanze del potere, manipolando senza alcuno scrupolo le notizie e le persone. Un tema, questo della manipolazione, che ossessionerà Welles per tutta la sua carriera e che lo porterà più volte a mostrare come, negli uomini di potere, la corruzione morale e il fascino siano le due facce di una stessa medaglia (suo, negli anni Cinquanta, sarà un memorabile Otello cinematografico).