The Truman Show

Esistono, nella storia del cinema, film-sismografo capaci di condensare in meno di due ore una questione cruciale del loro tempo. The Truman Show, diretto da Peter Weir (nato nel 1944), è uno di questi film. Ha per temi l’onnipresenza della televisione nella nostra società e l’eventualità che diventi impossibile, alla lunga, distinguere tra il mondo che sta al di qua e quello che sta al di là del piccolo schermo. Questa opportunità viene negata in partenza al Truman del titolo (interpretato da Jim Carrey), protagonista di un popolarissimo reality show che ne registra la vita 24 ore su 24, ma a sua insaputa. Nato e cresciuto in uno studio televisivo, Truman è stato condannato a scambiare i fondali di cartapesta del set per il mondo reale e a parlare con gli attori dello show credendo di avere di fronte parenti e amici autentici. Truman è sempre in scena, ma non sa di esserlo. Fino a quando, nella perfetta organizzazione dello show, si aprono un paio di crepe che gli fanno venire qualche dubbio sulla realtà di tutto ciò che lo circonda. La confusione tra realtà e finzione – vecchia quanto la letteratura – viene qui affrontata da una prospettiva nuova e originale: lo smarrimento non riguarda un individuo reale che guarda troppa televisione, bensì un personaggio televisivo che non ha mai visto la realtà, anche se crede di abitarci dentro. E, come spesso accade quando un tema viene ribaltato e guardato da un’angolazione opposta a quella consueta, di colpo prendiamo coscienza del fatto che il nostro mondo imita quello della tv – negli oggetti, nei gesti, nelle parole, nell’abbigliamento – almeno tanto quanto dalla tv viene imitato. In più, come spesso capita con le vere opere d’arte, il film si presta a interpretazioni anche più sottili. Ad esempio, l’idea-base di The Truman Show ha ricordato ad alcuni critici un mito raccontato dal filosofo greco Platone (V-IV secolo a.C.) nel suo trattato dal titolo La repubblica. L’idea di Platone secondo la quale gli uomini vivono in una caverna buia, condannati a vedere solo ombre e riflessi del reale che pure prendono per autentici (il cosiddetto “mito della caverna”, appunto), trova un parallelo perfetto nella condizione di Truman, nella sua ignoranza circa l’inconsistenza della propria vita, vissuta a uso e consumo delle telecamere. Un po’ come avviene nei romanzi del grande scrittore di fantascienza Philip Dick (il contorno ideale per il film, il suo complemento perfetto sul piano letterario: leggete ad esempio il racconto Ricordiamo per voi, da cui nel 1990 è stato tratto il film Atto di forza), l’individuo è prigioniero di un’illusione grande quanto il suo mondo, un’illusione così perfetta da non permettergli di acquistarne coscienza. Oggi, nell’età della realtà virtuale creata da internet, una simile prospettiva appare ancora più inquietante e attuale.