Zelig

Siamo davvero sicuri di saper distinguere un film di finzione da un documentario? Dove sta il confine? Nella eventuale, cosiddetta “verità” di quello che stiamo guardando? Ma non dipende forse, questa “verità”, dal modo in cui il film è costruito? Anticipando di quindici anni il filone dei falsi documentari (per i quali si è nel frattempo trovato un nome: mockumentaries), questo film è uno dei primi a confondere le acque tra fiction e documentario, con suprema abilità. La storia (falsa) è quella di un trasformista, un tale Leonard Zelig – interpretato da Woody Allen (nato nel 1935), che è anche il regista – le cui metamorfosi non sono però volontarie ma fisiologiche: nel giro di pochi minuti il protagonista assume suo malgrado le sembianze di qualsiasi persona si trovi in sua compagnia. È così che assistiamo a una galleria di metamorfosi che vede Zelig trasformarsi, di volta in volta, in rabbino ebreo, gerarca nazista, cardinale, ristoratore greco, pellerossa, con effetti davvero esilaranti: non è un caso se il più popolare programma comico italiano prende il nome da lui. Nello stesso tempo, mentre ridiamo dello Zelig-personaggio, lo Zelig-film perfeziona il suo inganno: un sapiente lavoro di falsificazione dell’immagine documentaria – che contempla sia la sovrapposizione di filmati autentici ad altri ricostruiti, sia la testimonianza (fasulla) di (autentici) personaggi celebri – finisce per convincerci che quest’uomo sia esistito davvero e abbia attraversato la storia del XX secolo. Raramente, nel cinema degli ultimi decenni, forma e contenuto si sono combinati in modo così perfetto. La storia di un truffatore congenito, di un malato di trasformismo (nel senso letterale del termine), rappresenta a sua volta una colossale truffa, una falsificazione grande quanto il film che la contiene. Se da un lato Zelig guarda indietro (la vicenda è ambientata negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso), dall’altro, con stupefacente lungimiranza, si proietta verso un’epoca, la nostra, nella quale si è fatta ormai fragile e precaria la fiducia nel fatto che le immagini, da sole, “dicano la verità”. Inserendosi alla perfezione nel solco di una tradizione lunga e nobile, quella della comicità ebraica (quella, ad esempio, dei fratelli Marx), Woody Allen mette in scena gag e battute che lasciano intravedere, sullo sfondo, abissi di smarrimento e incertezza, legati appunto al venir meno della fiducia nella presunta “verità” di ciò che tutti vedono. Come scrisse all’epoca della sua uscita un critico italiano, questo film è come l’uranio: spaventa l’idea di andargli troppo vicino.