Gabriele D'Annunzio

D’Annunzio volle che la sua vita, lunga e operosissima, scorresse sempre sotto la luce dei riflettori. Cercava la pubblicità: attirava l’attenzione dei quotidiani e dei periodici con le sue frequentazioni mondane, gli amori con donne celebri, le azioni stupefacenti. Arrivato a Roma dall’Abruzzo, quando non aveva ancora vent’anni, senza molti soldi, senza protettori, incantò subito la borghesia della capitale. Il giornalista e scrittore Edoardo Scarfoglio (1860-1913), di tre anni più vecchio di lui, descrisse così questo miracoloso “effetto d’Annunzio”: «Gabriele ci parve subito un’incarnazione dell’ideale romantico del poeta: adolescente gentile bello, nulla gli mancava per rappresentarci alla fantasia il fanciullo sublime salutato da Chateaubriand in Victor Hugo. E col crescere della consuetudine, la concorrenza dell’affetto e dell’ammirazione crebbe.» Nell’inverno e nella primavera del ’82, Gabriele fu per tutti noi argomento d’una predilezione e quasi d’un culto non credibile. Un seduttore. D’Annunzio fu questo, non solo nei suoi rapporti con le donne (che per tutta la vita prese e lasciò con una disinvoltura che fece scandalo), ma in generale nei suoi rapporti con il mondo: nel dialogo con gli altri scrittori, nella vita politica (venne eletto in Parlamento con la Destra, poi passò alla Sinistra), negli atteggiamenti tenuti di fronte al pubblico. I suoi lettori, i suoi ammiratori e sostenitori sin dalla pubblicazione dei suoi primi libri, negli anni Ottanta, ebbero per lui una fascinazione molto vicina all’idolatria, al culto: essere ricevuti da d’Annunzio nella sua villa a Firenze o nella sua casa a Venezia o Parigi era un privilegio paragonabile all’essere ricevuti, oggi, da un divo del cinema o del rock. «Fare la propria vita come si fa un’opera d’arte» è il proposito di Andrea Sperelli, il protagonista del primo e più celebre romanzo dannunziano, Il piacere: ma è evidente che questo programma calza a pennello anche all’autore del libro, cioè all’esteta, al dandy, al professionista dell’edonismo che fu, per tutta la vita, Gabriele d’Annunzio. Ma d’Annunzio non è stato soltanto un fenomeno divistico, un uomo che si autopromuoveva fino a diventare una moda: è stato un grande scrittore. Ancora più importante: è stato uno scrittore che tutti, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, hanno dovuto “attraversare”. I narratori hanno dovuto misurarsi con colui che fu per più di vent’anni, dopo Il piacere, il nostro primo e unico romanziere europeo, tradotto e stimato da scrittori sommi come Marcel Proust e André Gide. Gli autori teatrali hanno visto rinascere in Italia, soprattutto grazie alla Figlia di Iorio, il genere della tragedia. E i poeti del primo Novecento – a cominciare da Eugenio Montale – hanno imparato a memoria i suoi versi (e quelli del libro intitolato Alcyone, in particolare, fanno o facevano parte del bagaglio culturale di ogni italiano colto). D’Annunzio, insomma, può essere criticato, persino respinto, per ragioni politiche, morali, estetiche, ma non può essere ignorato.